Una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi, convocata nella serata di ieri dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, riaccende il dibattito politico attorno al Ponte sullo Stretto di Messina. La riunione arriva subito dopo la decisione della Corte dei Conti, che ha negato il visto di legittimità alla delibera del Cipess, bloccando di fatto un passaggio amministrativo fondamentale per l’avvio dell’opera.

Meloni ha reagito con fermezza, polemizzando fin da subito con la Corte. Il governo ha letto la decisione come un ostacolo politico, un’ingerenza nel merito del progetto. Eppure, come la stessa Corte dei Conti ha chiarito in una nota, la sua valutazione non ha riguardato né l’utilità né l’opportunità dell’opera, ma esclusivamente questioni tecniche e giuridiche. Un richiamo, in sostanza, alla correttezza formale e alla legittimità delle procedure, non un giudizio sull’idea del Ponte in sé.

Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha ribadito che l’obiettivo resta quello di far partire i lavori e che la questione sarà affrontata da un punto di vista tecnico-legale. Anche il governatore del Veneto Luca Zaia, commentando la vicenda, ha minimizzato, parlando di un passaggio che “non è la prima volta e non sarà l’ultima” che accade in Italia quando si tratta di grandi opere.

Resta però il nodo politico: come spesso accade, il governo ha preferito alzare il tono della polemica invece di entrare nel merito delle contestazioni. Nessuna spiegazione dettagliata, nessuna replica argomentata alle osservazioni della Corte, ma solo accuse generiche e appelli alla volontà di “andare avanti”. La stessa dinamica che si ripete ogni volta che un organo di controllo esercita il proprio ruolo.

La Corte dei Conti, dal canto suo, ha difeso la propria funzione costituzionale, ricordando che il rispetto della legittimità è un presupposto imprescindibile per la regolarità della spesa pubblica. “Le nostre deliberazioni – si legge nella nota – non sono sottratte alla critica, ma la critica deve avvenire nel rispetto dell’operato dei magistrati”.

In sintesi, l’ennesimo scontro tra politica e istituzioni di garanzia si consuma sulla pelle di un progetto che da decenni divide il Paese. E ancora una volta, invece di un confronto nel merito, prevale il rumore della polemica.