Ho appena visto Frankenstein di Guillermo del Toro e ne sono rimasta profondamente colpita. È uno di quei film che ti entrano dentro piano piano, fino a lasciarti senza fiato. Del Toro riesce a trasformare un classico della letteratura in qualcosa di vivo, potente e incredibilmente umano. Non è solo la storia di un mostro, ma quella di due anime perdute: il creatore e la sua creatura, legati da un filo invisibile di colpa, amore e solitudine.

Fin dalle prime scene si respira l’atmosfera gotica che è il marchio di Del Toro: scenografie ricche, luci soffuse, un’estetica che unisce il fascino del macabro alla delicatezza del dolore. È un film visivamente straordinario, ma la cosa che mi ha colpita di più è la sua anima.

La creatura, interpretata da Jacob Elordi, è tutt’altro che un mostro. È fragile, sensibile, profondamente umana nella sua disperazione. Non spaventa, commuove. Ci si ritrova a provare empatia per lui, a sentire il suo bisogno d’amore, la sua rabbia per essere stato creato e poi abbandonato. Dall’altra parte, Victor Frankenstein, interpretato da Oscar Isaac, è un uomo divorato dall’ambizione e dal senso di colpa. Il vero orrore non è la sua creazione, ma la sua incapacità di assumersene la responsabilità.

Ogni scena è costruita con un’attenzione poetica: il ritmo è ipnotico, i silenzi sono pesanti quanto le parole. Si percepisce quanto Del Toro ami questa storia, quanto la senta vicina. Si avverte la sua sensibilità per tutto ciò che è fragile, diverso, incompreso. E mentre il film procede, ti accorgi che non stai più guardando un racconto di paura, ma una profonda riflessione sulla natura umana.

Ci sono momenti in cui ho trattenuto il respiro, altri in cui mi sono commossa. È raro trovare un film capace di unire la bellezza visiva a una tale profondità emotiva. Tutto è curato nei minimi dettagli: la fotografia, i costumi, le musiche che ti accompagnano con discrezione ma ti restano dentro.

Uscita dal film, mi sono sentita piena di domande. Cosa significa davvero “creare”? Fino a che punto possiamo spingerci prima di perdere noi stessi? E soprattutto: chi è davvero il mostro, chi genera o chi viene generato? Del Toro non dà risposte, ma ti lascia con la sensazione che la linea tra umano e disumano sia molto più sottile di quanto pensiamo.

Frankenstein non è solo un adattamento moderno di un classico: è una confessione artistica, un atto d’amore verso la diversità e la fragilità. È uno di quei film che ti fanno riflettere, ma anche sentire. E per me, è questo che conta davvero.