Nel Parlamento italiano si discute di educazione sessuale e affettiva, ma il tono del dibattito racconta più della proposta stessa. Il disegno di legge in esame, presentato come una misura “a tutela dei valori familiari”, rischia in realtà di tradursi in un freno culturale, un modo di mantenere le nuove generazioni nell’ignoranza su temi fondamentali come il corpo, il consenso e le relazioni.
Durante la discussione in Aula, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha perso le staffe contro le opposizioni, accusandole di “diffondere falsità” e arrivando a gridare “vergognatevi”. L’episodio, al di là del colore politico, restituisce l’immagine di un governo più interessato a reprimere che a comprendere, più pronto a moralizzare che a educare.
Il testo di legge prevede che ogni attività scolastica o progetto che riguardi la sfera della sessualità richieda un consenso informato preventivo da parte dei genitori o degli studenti maggiorenni. Un modulo, sette giorni prima, in cui dovranno essere indicati obiettivi, contenuti, modalità e persino i nomi degli esperti coinvolti. Una trafila burocratica che rischia di scoraggiare scuole e docenti, trasformando un’occasione di crescita in un percorso ad ostacoli.
La Lega, dopo le prime polemiche, ha ritirato l’emendamento più restrittivo – quello che avrebbe vietato ogni riferimento alla sessualità fino alle scuole medie – ma la sostanza non cambia. Rimane la logica del controllo e della censura preventiva. Rimane l’idea che parlare di sessualità significhi “indurre” o “scandalizzare”, invece che informare e proteggere.
Le opposizioni hanno denunciato il carattere retrogrado della proposta, accusando il governo di voler burocratizzare e neutralizzare l’educazione affettiva. “Si sta costruendo un sistema in cui il silenzio è più comodo del dialogo, dove la paura dei genitori conta più del diritto dei ragazzi a conoscere”, commenta una deputata del Partito Democratico.
Il ministro Valditara si è difeso parlando di un provvedimento volto a “rafforzare il rispetto e l’empatia” e a “prevenire la violenza di genere”. Ma come può una legge nata per “insegnare il rispetto” farlo impedendo di parlare apertamente di corpo, sessualità e consenso? È difficile combattere i femminicidi e le discriminazioni di genere se si teme di nominare le loro radici culturali.
Dietro questa riforma si intravede una visione antica, che considera la scuola un luogo da vigilare, non da liberare. Un’idea di educazione in cui l’adolescenza è un territorio da controllare, non da ascoltare.
Eppure, la realtà dice altro: gli studenti italiani chiedono più formazione, più spazio per parlare di identità, emozioni e rispetto reciproco. Parlare di educazione sessuale non significa minare i valori familiari, ma offrire strumenti per vivere relazioni più sane, consapevoli e libere.
L’Italia rischia così di restare ferma mentre il resto d’Europa investe nell’educazione all’affettività come fondamento di una cittadinanza matura. Invece di affrontare la realtà, la politica continua a costruire muri di moralismo. Ma i giovani, che vivono in un mondo connesso e complesso, hanno bisogno di ponti, non di barriere.






