Il vulcano Eyjafjöll si trova sotto il ghiacciaio Eyjafjallajökull, uno dei più piccoli dell’Islanda. Sorge a nord di Skógar e a ovest del più esteso Mýrdalsjökull. Il vulcano, alto 1.666 metri, è attivo fin dall’era glaciale e da sempre rappresenta uno dei sistemi vulcanici più osservati del Paese.
Alla fine del dicembre 2009, nell’area del ghiacciaio Eyjafjallajökull cominciò a registrarsi un’intensa attività sismica. Migliaia di lievi scosse, con magnitudo compresa tra 1 e 2 della scala Richter, segnalarono che qualcosa stava cambiando nelle profondità del vulcano. Dal febbraio 2010, inoltre, i dati raccolti dal sistema GPS dell’Istituto Meteorologico d’Islanda, installato a Þorvaldseyri, mostrarono un innalzamento della crosta terrestre di circa 3 centimetri verso sud, di cui uno solo in un giorno.
Questi segnali, uniti al progressivo aumento delle scosse, portarono i geofisici a ritenere che fosse in corso una risalita di magma. Tra il 3 e il 5 marzo 2010 l’attività sismica si intensificò ulteriormente, con circa 3.000 terremoti registrati sotto il vulcano. La maggior parte era di lieve entità, ma alcune scosse furono percepite anche nei centri abitati vicini.
L’eruzione iniziò nella notte del 20 marzo 2010, tra le 22:30 e le 23:30 ora locale, a nord del passo di Fimmvörðuháls, alcuni chilometri a est del ghiacciaio. In un primo momento il fenomeno attirò numerosi curiosi e turisti, richiamati dalla spettacolarità dell’evento. Allo stesso tempo, per ragioni di sicurezza, circa 500 allevatori e i loro familiari delle zone di Fljótshlíð, Eyjafjöll e Landeyjar furono evacuati durante la notte e trasferiti a Reykjavík e all’aeroporto di Keflavík. Dopo una riunione della Protezione Civile, il 22 marzo gli abitanti poterono fare ritorno nelle proprie case e il piano di evacuazione venne momentaneamente sospeso.
Le autorità, tuttavia, disposero la chiusura di alcune strade, tra cui quella per Þórsmörk e il percorso fuoristrada da Skógar al passo di Fimmvörðuháls. Le vie vennero successivamente riaperte il 29 marzo, ma solo ai mezzi fuoristrada. Una seconda fessurazione costrinse poi a una nuova chiusura, a causa del rischio di slavine provocate dalla fusione del ghiaccio e dall’accumulo di neve. La riapertura arrivò solo il 1° aprile.
La prima fessura eruttiva era lunga circa 500 metri, orientata da nord-est a sud-ovest, con una decina di crateri dai quali fuoriusciva lava a circa 1.000 gradi centigradi. Il magma veniva proiettato fino a 150 metri di altezza. La lava, di tipo alcalino e relativamente viscosa, avanzava lentamente sia verso est sia verso ovest, caratteristica tipica di un’eruzione effusiva. Il flusso lavico percorse quasi 4 chilometri verso nord-est, scendendo nel canalone Hrunagil e dando origine a una cascata di circa 200 metri, avanzando poi lentamente verso Þórsmörk senza però raggiungere il fiume Krossá.
Il 25 marzo 2010 alcuni vulcanologi, impegnati nello studio dell’eruzione, osservarono per la prima volta nella storia la formazione di uno pseudo-cratere durante un’esplosione di vapore. Nel frattempo, la deformazione della crosta terrestre rilevata a Þorvaldseyri proseguì ancora per due giorni dopo l’inizio dell’eruzione, per poi rallentare gradualmente. Questo indicava che la quantità di magma in ingresso nella camera eruttiva era ormai simile a quella di lava emessa in superficie: un segnale di equilibrio temporaneo del sistema.
Il 31 marzo si aprì però una seconda fessurazione, a circa 200 metri a nord-ovest della prima. Secondo le testimonianze raccolte sul posto, questa nuova frattura era lunga circa 300 metri e cominciò a riversare lava nel canalone Hvannárgil. I vulcanologi stabilirono che entrambe le fessure provenivano dalla stessa camera magmatica. A differenza della prima, la seconda apertura non fu preceduta da particolari segnali sismici o da evidenti deformazioni del terreno.
Secondo il geofisico Magnús Tumi Einarsson, che intervenne in conferenza stampa a Hvolsvöllur il 21 marzo 2010, si trattava comunque di un’eruzione di entità relativamente modesta, soprattutto se confrontata con quella dell’Hekla del 2000. Poiché il fenomeno si verificava nel passo montano tra i ghiacciai Eyjafjallajökull e Mýrdalsjökull, e non direttamente sotto la calotta glaciale, il rischio immediato di inondazioni sembrò inizialmente contenuto. Tuttavia, restava la possibilità che la fessura si estendesse fino al ghiaccio, aumentando notevolmente il pericolo.
Nelle prime 24 ore dall’inizio dell’eruzione, le stazioni dell’Istituto Meteorologico d’Islanda non registrarono incrementi significativi di ceneri vulcaniche nell’atmosfera. Ma nella notte del 22 marzo furono rilevate leggere piogge di cenere nelle aree di Fljótshlíð e Hvolsvöllur, dove sui veicoli parcheggiati comparve un sottile strato grigio. Intorno alle 7 del mattino dello stesso giorno, una colonna di fumo si innalzò fino a 4 chilometri di altezza: si trattò dell’esplosione più intensa dall’inizio dell’attività eruttiva. Il giorno successivo, il 23 marzo, una piccola nube di vapore generata dal contatto tra magma e neve raggiunse i 7 chilometri di quota, diventando la prima vera esplosione di vapore registrata sul sito.
Sempre il 22 marzo, uno strumento di misurazione installato nel fiume glaciale Krossá registrò un improvviso aumento del livello dell’acqua e una crescita della temperatura di 6 gradi in appena due ore, un evento mai osservato prima dall’inizio delle rilevazioni. Poco dopo, i valori tornarono alla normalità. Gli studiosi ipotizzarono che il fenomeno fosse direttamente collegato all’eruzione. Anche la temperatura del fiume Hruná, che attraversa il canyon Hrunárgil dove scorreva parte della lava, venne misurata tra i 50 e i 60 gradi, segnale evidente dell’interazione tra il corso d’acqua e il materiale incandescente.
Il 14 aprile 2010, dopo una breve pausa, l’eruzione riprese con caratteristiche molto più preoccupanti. Questa volta il fenomeno ebbe origine direttamente sotto il ghiacciaio Eyjafjallajökull, provocando un’inondazione che si riversò nei fiumi vicini in due distinti flussi lungo i fianchi del vulcano. Fu necessario mobilitare circa 800 uomini per evacuare nuovamente la zona, mentre la strada lungo il fiume Markarfljót venne sommersa in più punti.
A differenza della prima fase, la seconda eruzione avvenne dunque sotto la massa glaciale. Il contatto tra la lava rovente e l’acqua fredda del ghiaccio produsse minuscole particelle di ghiaccio e cenere che si sollevarono nell’atmosfera, formando una nube densa e pericolosa. Le dimensioni del fenomeno, stimate circa venti volte superiori rispetto all’eruzione del 20 marzo a Fimmvörðuháls, generarono una vasta nube di particelle di silicio, estremamente rischiose per la navigazione aerea.
Le ceneri vulcaniche rappresentano infatti una minaccia seria per gli aerei, ma i problemi non si limitarono ai voli commerciali. La chiusura totale dello spazio aereo in diverse aree del Nord Europa rese impossibile utilizzare anche i mezzi di soccorso aereo e gli elicotteri sanitari. Le autorità sanitarie parlarono di una sfida senza precedenti nella storia moderna e predisposero ambulanze con personale medico nel nord del Paese e fuori dai principali centri urbani, per decentralizzare i servizi di emergenza in assenza del supporto aereo.
La diffusione della nube dipendeva dall’intensità dell’eruzione e dalla direzione dei venti in quota. In pochi giorni, la seconda fase eruttiva provocò un vasto blocco del traffico aereo europeo. Milioni di viaggiatori subirono cancellazioni e disagi, mentre il 17 aprile, con l’arrivo della nube anche in Italia, l’ENAC dispose la chiusura di alcuni aeroporti del Nord. La IATA stimò per le compagnie aeree una perdita di circa 200 milioni di dollari al giorno. Le conseguenze si fecero sentire anche su eventi politici, artistici e sportivi in tutto il mondo.
Un ulteriore elemento di preoccupazione riguardava la presenza di fluoruri nelle ceneri vulcaniche. In passato, eruzioni come quella dell’Hekla avevano rappresentato una grave minaccia per il bestiame, soprattutto per le pecore, a causa dell’avvelenamento da fluoro. Le analisi condotte sulle ceneri dell’Eyjafjallajökull mostrarono una concentrazione pari a circa un terzo di quella media dell’Hekla, con un valore di 104 milligrammi di fluoruri per chilogrammo di cenere. Anche la diffusione di anidride solforosa nell’atmosfera venne considerata un potenziale rischio per la salute.
Infine, come accade per molte grandi eruzioni, vennero prese in considerazione anche possibili conseguenze atmosferiche e climatiche. Episodi di questo tipo possono alterare la composizione dell’aria, favorire tramonti intensamente rossi in vaste aree del Nord Europa e, in certe condizioni, contribuire a peggioramenti del tempo. Gli aerosol di solfati che raggiungono la stratosfera possono favorire processi chimici dannosi per l’ozono, mentre nella troposfera superiore possono contribuire alla formazione di nubi che modificano l’equilibrio radiativo terrestre. In passato, grandi eruzioni hanno causato un abbassamento della temperatura media globale fino a mezzo grado per uno o più anni. Nel caso dell’Eyjafjallajökull, però, le dimensioni relativamente contenute dell’evento fecero ritenere improbabile un impatto climatico davvero significativo.
L’eruzione dell’Eyjafjallajökull resta comunque uno degli episodi naturali più emblematici degli ultimi decenni: un fenomeno geologico di portata non eccezionale in termini assoluti, ma capace di produrre effetti enormi sulla mobilità, sull’economia e sulla vita quotidiana di milioni di persone in tutta Europa.






