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Quando il male diventa progetto: il caso del 17enne, la seduzione della violenza e la futilità distruttiva dell’odio

La notizia, già di per sé sconvolgente, non riguarda soltanto un ragazzo di diciassette anni accusato di aver progettato una strage a scuola. La notizia davvero devastante è un’altra: secondo le indagini, quella violenza non era una fantasia vaga, un impulso confuso, uno sfogo disordinato. Stava diventando un progetto. E quando il male smette di essere pulsione e prende la forma della preparazione, del metodo, dell’imitazione consapevole, del culto di altri carnefici elevati a modello, allora non siamo più soltanto davanti a un fatto di cronaca. Siamo davanti a uno specchio terribile del nostro tempo.

Perché dentro vicende come questa non c’è solo la potenziale strage evitata. C’è la domanda più profonda e più inquietante: come può un adolescente arrivare a pensare la violenza come soluzione, linguaggio, destino o perfino identità? E ancora: quale vuoto, quale deformazione interiore, quale concatenazione di influenze può portare una mente ancora in formazione a progettare il massacro di altri esseri umani, compagni, insegnanti, persone reali trasformate in bersagli?

Qui si tocca un nodo che va oltre l’emergenza, perché il male, soprattutto quando si manifesta in forme così radicali, non è profondo, non è eroico, non è ribelle. È quasi sempre futile, anche quando si traveste da grande gesto, da vendetta totale, da resa dei conti col mondo. E questa è forse la sua caratteristica più tragica: il male promette senso a chi non ne ha, ma produce soltanto rovina. Si presenta come affermazione di potere, ma genera solo desolazione. Seduce i fragili con l’illusione di renderli centrali, memorabili, temuti, ma il suo esito finale è sempre lo stesso: vite spezzate, famiglie distrutte, comunità ferite, coscienze devastate, e spesso il nulla assoluto dietro il clamore.

Il male, quando attecchisce nei più giovani, ha una forma ancora più misera. Non nasce quasi mai dalla forza, ma dalla debolezza mal elaborata. Dal rancore che cerca una scena. Dalla frustrazione che vuole un nemico. Dalla solitudine che si deforma in superiorità immaginaria. Dall’impotenza che sogna la violenza come scorciatoia per sentirsi finalmente qualcuno. In questo senso, chi idealizza stragisti, terroristi, suprematisti o assassini di massa non sta scegliendo la forza: sta aderendo alla più cupa caricatura della forza, quella che ha bisogno di distruggere per illudersi di esistere. In quel momento si inserisce il tema dei social, della rete, dei canali estremisti, delle piattaforme e delle comunità digitali chiuse in cui si coltivano odio, emulazione e disumanizzazione. Sarebbe sciocco e semplicistico dire che “è colpa dei social”. Non è così. I social non creano automaticamente un assassino, non fabbricano dal nulla una volontà omicida, non sostituiscono da soli il disagio psichico, il vuoto educativo, la fragilità emotiva, la solitudine relazionale o il fallimento di altri contesti. Sarebbe, al tempo stesso, stupido fingere che non abbiano un ruolo. Il punto non è demonizzare gli strumenti. Il punto è comprendere che gli strumenti non sono neutri quando incontrano soggetti vulnerabili. E soprattutto non lo sono quando vengono usati come ambienti di radicalizzazione, addestramento ideologico, imitazione della crudeltà e costruzione identitaria attraverso l’odio. Un adolescente che entra in certi spazi virtuali non vi trova soltanto contenuti: trova una “grammatica” emotiva. Trova la normalizzazione del disprezzo. Trova il culto della violenza. Trova il mito del mass killer come figura decisiva, capace di spezzare la propria irrilevanza con un gesto assoluto. Trova una comunità tossica che gli dice: il tuo risentimento è giustificato, il mondo ti deve qualcosa, il nemico esiste, la strage è linguaggio, il sangue è visibilità.

Questa è la vera potenza deformante di certi ambienti digitali: plasmano la percezione morale. Quando la percezione morale si corrompe, quando l’altro smette di apparire come persona e diventa simbolo, bersaglio, categoria, colpa collettiva, allora la violenza non appare più mostruosa: appare coerente. È questo il passaggio decisivo. Il più pericoloso. Prima ancora dell’arma, prima ancora dell’ordigno, prima ancora del piano, c’è la lenta distruzione del limite interiore.

Per questo il caso del 17enne è drammaticamente esemplare. Non perché sia unico, ma perché mostra cosa accade quando fragilità psicologica, fascinazione ideologica, disponibilità tecnica e ambienti di rinforzo reciproco si incontrano. In quel punto nasce una miscela che può trasformare il disagio in fanatismo, l’emulazione in progetto, la fantasia in tentativo concreto. E tutto questo accade spesso nell’età in cui si è più esposti, più permeabili, più bisognosi di appartenenza e più incapaci di distinguere tra intensità e verità, tra provocazione e abisso.

Dovremmo allora smettere di porci la questione in modo rozzo, come se l’unica alternativa fosse tra censura totale e libertà assoluta. Il vero problema è un altro: come si educa all’uso della libertà quando si hanno in mano strumenti potentissimi ma coscienze ancora immature? Qui sta il cuore della faccenda. Non basta vietare, anche se limiti e protezioni per i minori sono necessari. Non basta neppure allarmarsi a posteriori. Serve una cultura dell’accompagnamento, della vigilanza, dell’educazione digitale, della responsabilità adulta.

Perché un ragazzo non dovrebbe essere lasciato solo nei luoghi virtuali in cui può imbattersi nella pornografia della violenza, nell’estetica del massacro e nella glorificazione del suprematismo. Non si tratta di paternalismo, ma di realtà. I minorenni non hanno sempre gli strumenti critici per reggere ciò che vedono. E i più fragili, i più arrabbiati, i più feriti interiormente sono i più esposti a trasformare quelle immagini e quelle parole in struttura mentale.

Ma il discorso, se vuole essere serio, deve andare ancora più a fondo. Perché il male non si combatte solo togliendo contenuti tossici. Il male si combatte anche offrendo senso. Laddove non c’è significato, appartenenza sana, riconoscimento, parola, ascolto, relazione, il nulla si riempie facilmente di odio. Chi non trova un posto nel mondo, o crede di non trovarlo, può diventare preda di chi gli offre un’identità pronta: sei superiore, sei scelto, sei più lucido degli altri, sei dalla parte della verità, il tuo disprezzo è giusto. È una liturgia antica, eppure modernissima.

L’ideologia estremista, in fondo, funziona così: raccoglie la sofferenza grezza e la converte in risentimento organizzato. Dà una forma al caos interiore, ma è una forma tossica. Dà una narrazione a chi è confuso, ma è una narrazione fondata sull’eliminazione dell’altro. Dà uno scopo a chi si sente vuoto, ma è uno scopo distruttivo. Ecco perché la futilità del male è così difficile da vedere per chi vi cade dentro: perché il male, prima di mostrarsi per ciò che è, si presenta come pienezza. Come risposta. Come uscita dalla marginalità. Come possibilità di non sentirsi più invisibili.

In realtà, però, la sua sostanza resta miserabile. Perché ogni strage, ogni violenza pianificata, ogni progetto di annientamento porta sempre con sé lo stesso esito: più nulla, più dolore, più macerie. Nessuna grandezza. Nessuna redenzione. Nessuna vera vendetta compiuta. Solo il trionfo del vuoto. Il male non costruisce mai. Non risolve. Non salva chi lo compie. Non restituisce dignità a chi si sente umiliato. Non guarisce il trauma. Non placa la rabbia, anzi al contrario la moltiplica, la sparge, la lascia in eredità ad altri.

Ed è per questo che dobbiamo stare attenti anche al modo in cui raccontiamo queste vicende. C’è sempre il rischio di trasformare il potenziale carnefice in figura ipnotica, in protagonista oscuro, in centro assoluto del racconto. Bisogna evitarlo. Senza negare la gravità dei fatti, senza minimizzare, ma senza cadere nella fascinazione nera del male spettacolarizzato. La cultura della violenza si alimenta anche di questo: di miti tossici, di nomi ripetuti come icone, di gesti mostruosi trasformati in modelli da imitare.

Bisogna invece riportare tutto alla sua verità: non c’è nulla di epico in chi progetta di massacrare una scuola. C’è solo il fallimento più radicale dell’umano. C’è la resa della coscienza. C’è la cancellazione dell’altro come valore. E c’è, soprattutto, una disperata incapacità di abitare il dolore senza trasformarlo in arma.

Per questo serve una risposta complessa. Servono famiglie più presenti e non solo formalmente presenti. Serve una scuola che non si limiti all’istruzione ma coltivi lettura emotiva, capacità di ascolto, riconoscimento del disagio. Servono servizi psicologici accessibili e non residuali. Serve formazione per insegnanti e genitori. Serve responsabilità delle piattaforme digitali, che non possono continuare a nascondersi dietro la neutralità tecnica mentre certi ambienti producono radicalizzazione. Serve politica, ma una politica che non si limiti alla propaganda emergenziale. Serve cultura. Serve comunità. Serve anche una parola più onesta sulla fragilità. Perché la fragilità non è una colpa, ma può diventare pericolosa se viene lasciata sola, se viene derisa, se viene ignorata, se viene consegnata agli algoritmi e alle sottoculture dell’odio. Non tutti i fragili diventano violenti, ovviamente. Ma ogni deriva violenta che nasce da una psiche giovane e deformata ci dice che qualcosa, molto prima, non è stato visto o non è stato preso sul serio.

Alla fine, il caso di questo ragazzo ci obbliga a una riflessione scomoda ma necessaria: il male, anche quando appare enorme, spesso nasce da qualcosa di piccolo, trascurato, non elaborato. Da una ferita che non ha trovato parola. Da una rabbia che ha trovato cattivi maestri. Da un’intelligenza tecnica slegata da una crescita morale. Da una libertà digitale senza bussola. Da una società adulta che troppo spesso arriva dopo. Non basta indignarsi quando il progetto di violenza viene scoperto. Bisogna lavorare molto prima, nel territorio invisibile in cui le coscienze si formano o si deformano. Perché quando il male arriva a immaginarsi come strage, è già successo qualcosa di gravissimo. Se non vogliamo limitarci ogni volta a tirare un sospiro di sollievo per una tragedia evitata, dobbiamo imparare a presidiare quel prima. Non per paura del futuro, ma per responsabilità verso chi lo “abiterà” e cioè i nostri ragazzi e le nostra ragazze.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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