COSA DICONO LE STELLE

spot_img

L'ALCHIMISTA PRESENTA

spot_img

L'ALCHIMISTA PRESENTA

spot_img

NOVITà

spot_img

Intervista con Gianni Rojatti per l’ep “9222”

Il titolo 9222 ha un suono enigmatico e suggestivo. Cosa rappresenta per te e perché hai scelto proprio questo numero come titolo dell’EP?

Proprio perché enigmatico e suggestivo (e grazie per questa definizione…) mi piace pensare che ognuno possa cucirsi addosso un’interpretazione che rifletta quello che la musica di questo lavoro gli trasmette.

Nel tuo racconto emerge un intreccio forte tra momenti di grande entusiasmo creativo e un lutto personale. In che modo questa dualità ha influenzato la scrittura e l’anima dei tre brani?

Per quanto banale possa sembrare, misurarsi con un lutto ti mette sempre davanti all’ineluttabilità del tempo che passa, con la paura che non sia mai abbastanza per fare tutto quello che vorresti. I brani erano già pronti, scritti. Di solito il mio difetto è esasperarmi in produzione e registrazione, per pignoleria, insicurezza, eterna insoddisfazione. Questa volta invece mi sono imposto di essere pragmatico, chiudere. Non annacquare l’intensità di quel momento lasciando passare troppo tempo.

Hai parlato della tua esperienza con Stewart Copeland e Steve Vai come ispirazioni fondamentali. Cosa hai imparato da questi incontri e in che misura hanno lasciato un’impronta concreta su 9222?

Entrambi sono musicisti che si spingono al massimo: hai sempre la sensazione che ogni nota che suonano, per intensità, peso, espressività, potrebbe essere l’ultima. Sono un incentivo a prendere un approccio ancora più spregiudicato e sfrontato al suonare. Del resto, sono entrambi strumentisti che resteranno nella storia per quanto hanno innovato il loro strumento. Questa potenza, energia, passione ti travolge e ti ispira. Poi, nel caso specifico di Copeland, studiando gli arrangiamenti per orchestra che ha scritto per Police Deranged for Orchestra, ho affinato una sensibilità nuova. Alcune di quelle soluzioni più orchestrali le ho portate in certi riff e passaggi armonici di 9222.

Hai definito l’EP come una fotografia sonora di un momento irripetibile. Guardando oggi a quei brani, dopo averli lasciati “in un cassetto” per due anni, cosa provi ad ascoltarli di nuovo?

Se ho scelto di farli uscire è perché mi hanno entusiasmato ancora. Anzi, ci ho trovato una vivacità, un fulgore di suono, tecnica e arrangiamenti che non ricordavo. Poi c’è un assolo, quello centrale in Carmine Perché Piangi, che penso sia una delle cose più ispirate che abbia mai inciso. E pensa che è una first take, registrata nel primo provino del pezzo… ed è finita così, identica nel disco.

Il tuo stile unisce rock, punk, metal, reggae, progressive ed elettronica. Quanto è importante per te contaminare i generi e spingere la chitarra rock “nei contesti più inattesi”?

È importante nella misura in cui è la cosa che mi diverto di più a fare. Mi piacciono gli assoli di chitarra: adoro ascoltare grandi virtuosi che volano sulla tastiera e suonano cose moderne, ispirate, stupefacenti. Ma mi annoia sentirli sempre ingabbiati nei soliti contenitori hard rock, metal, fusion: diventano una sorta di prigione dorata. Cerco invece di portare questo tipo di chitarra – estrema, distorta, creativa – in contesti musicalmente più avvincenti per me e più vicini a ciò che ascolto: punk, reggae, alternative, ma anche elettronica. Per questo ho sempre amato chitarristi che, come Andy Summers, Dave Navarro, Hillel Slovak, Tom Morello, partendo da un DNA rock hanno aperto la porta ad altre pronunce, stili, colori. Un po’ la stessa attitudine che porto sul palco con i DANG! o con Stewart Copeland: cercare sempre di sorprendere me stesso e chi ascolta, spingendo la chitarra in posti dove magari non ci si aspetta di trovarla.

Yoshito Higashi
Yoshito Higashi
Appassionato di musica e cinema, residente in Italia da diversi anni, è originario del Giappone. Attualmente vive a Roma

ARTICOLLI COLLEGATI