Howard Martin, medico gallese di 75 anni, torna al centro di una vicenda che riapre in modo drammatico il dibattito sul fine vita nel Regno Unito. In passato era stato incriminato e poi assolto dalla giustizia britannica con l’accusa di aver provocato la morte di alcuni pazienti. Ora, però, dopo essere stato radiato dall’albo dei medici, ha ammesso pubblicamente di aver aiutato a morire almeno 18 malati terminali nel corso di dieci anni di servizio.
Martin respinge l’idea di essere un assassino. Sostiene invece di aver agito per alleviare sofferenze insopportabili e di aver offerto conforto a persone ormai vicine alla morte. Secondo il suo racconto, quasi tutti quei pazienti gli avevano chiesto esplicitamente di porre fine al loro dolore. Solo in due casi, ammette, la decisione non sarebbe nata da una richiesta diretta, ma dalla gravità estrema delle condizioni cliniche. Tra le persone che dice di aver aiutato c’era anche suo figlio Paul, morto di cancro nel 1988 a soli 31 anni.
La carriera di Martin aveva subito una svolta nel 2004, quando era stato arrestato per la morte di tre anziani pazienti, nei cui corpi erano state trovate tracce di dosi letali di antidolorifici. Il caso aveva attirato enorme attenzione, anche perché una parte della stampa lo aveva accostato a Harold Shipman, il più noto serial killer britannico in camice bianco. Ma nel 2007 Martin era stato assolto da tutte le accuse e il tribunale aveva stabilito che non dovessero essere intrapresi ulteriori procedimenti penali nei suoi confronti.
La questione, tuttavia, non si è chiusa lì. In sede disciplinare, davanti all’organo professionale medico britannico, Martin ha deciso di esporsi apertamente, dichiarando di credere fino in fondo nella correttezza delle sue azioni. La commissione lo ha però giudicato in modo durissimo, descrivendolo come arrogante, ossessionato dalle proprie convinzioni e irresponsabile nei confronti dei pazienti, sostenendo che ne abbia accelerato la morte e quindi soppresso il loro diritto a vivere. Da qui la decisione di radiarlo.
Martin, dal canto suo, continua a difendere la propria posizione. Secondo lui, il sistema sanitario costringe troppo spesso i malati terminali a morire in ospedale, privandoli di dignità e della possibilità di lasciare la vita in modo umano, magari a casa, vicino ai propri cari. Le sue parole sono nette e volutamente provocatorie: ritiene assurdo che si conceda agli animali una morte senza sofferenza mentre ai pazienti umani venga negata una scelta analoga.
Il caso di Howard Martin scuote ancora una volta le coscienze perché mette a nudo il conflitto tra legge, deontologia, compassione e autodeterminazione. Da una parte c’è chi vede nelle sue azioni una grave violazione del ruolo medico. Dall’altra c’è chi legge nelle sue parole il riflesso di una domanda che continua a tornare: fino a che punto si può imporre la prosecuzione della sofferenza quando la medicina non può più guarire, ma solo prolungare il dolore?






