In Nuova Zelanda cresce l’attenzione attorno al caso del dottor John Pollock, medico malato terminale che ha deciso di esporsi pubblicamente per chiedere la legalizzazione dell’eutanasia volontaria. Dopo la sua apparizione televisiva, il suo appello ha raccolto nuovo sostegno e ha riacceso con forza il confronto sul diritto di scegliere nel fine vita.
Pollock ha raccontato di aver scoperto a dicembre di essere affetto da un cancro in fase terminale, con un’aspettativa di vita inferiore a un anno. Da allora ha scelto di parlare apertamente della propria condizione e di contestare una normativa che considera crudele, superata e incapace di rispondere alla sofferenza reale dei malati.
Secondo il medico, la maggioranza dei neozelandesi sarebbe favorevole a una riforma, così come una parte significativa della stessa classe medica. Dopo trent’anni di professione, Pollock sostiene di conoscere bene cosa significhi affrontare il deterioramento fisico e la perdita progressiva dell’autonomia, e proprio per questo rifiuta l’idea di essere costretto a vivere fino al collasso finale del corpo.
Intorno al suo caso sta prendendo forma anche una petizione per chiedere al Parlamento di affrontare finalmente il tema e discutere una legge sull’eutanasia volontaria. Per molti osservatori, il suo intervento ha avuto il merito di riportare al centro un tema che per troppo tempo è stato evitato o trattato in modo ipocrita.
Pollock sostiene inoltre che, nonostante il divieto formale, pratiche che di fatto accelerano la morte sarebbero già presenti nella medicina quotidiana, spesso sotto forma di controllo del dolore o della sedazione. Una tesi che trova eco anche in alcuni dati emersi in passato, secondo cui una parte non irrilevante dei medici di base avrebbe ammesso di aver somministrato o sospeso trattamenti con l’intenzione di abbreviare la vita del paziente.
Resta però forte l’opposizione di una parte del mondo sanitario. La principale organizzazione medica del Paese continua infatti a considerare l’eutanasia incompatibile con l’etica professionale, anche nell’ipotesi di una futura legalizzazione.
Il caso Pollock, dunque, non riguarda soltanto la storia personale di un medico malato. È diventato il simbolo di una domanda più ampia e sempre più difficile da ignorare: se sia giusto costringere una persona lucida e consapevole ad attraversare fino in fondo una sofferenza che considera insopportabile, oppure se uno Stato debba riconoscerle il diritto di scegliere come congedarsi dalla vita.






