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I.K.U., il cyberporno visionario di Shu Lea Cheang che anticipa il piacere artificiale

Già dal titolo, I.K.U. dichiara senza esitazioni la propria natura provocatoria. In giapponese significa “sto venendo”, e questa espressione diventa la chiave d’accesso a un film che fonde pornografia, fantascienza, sperimentazione visiva e riflessione politica sul corpo contemporaneo. Diretto da Shu Lea Cheang, I.K.U. è un’opera radicale e irregolare, un vero e proprio porno sperimentale cyberpunk che esplora la sessualità trans-gendered, la mercificazione del desiderio e l’ibridazione tra umano e artificiale in un mondo che, a distanza di anni, appare meno futuribile di quanto potesse sembrare al momento della sua uscita.

Il film mescola linguaggi e codici con una libertà estrema. Alla fantascienza si intrecciano l’hardcore, l’estetica dei manga, i videoclip pubblicitari giapponesi, il kitsch tecnologico e l’immaginario queer, in un flusso visivo frenetico e deliberatamente eccessivo. I.K.U. non costruisce una narrazione lineare e tradizionale, ma procede per frammenti, deviazioni, accumuli sensoriali, seguendo una logica più vicina a quella di un ipertesto che a quella del racconto classico. Il risultato è un film che sembra anticipare il modo in cui Internet avrebbe ridefinito la percezione del desiderio, del corpo e dell’identità.

La vicenda è ambientata nel 20xx, in un futuro prossimo dominato dalla GENOM Corporation, una multinazionale giapponese impegnata nella ricerca tecnologica e genetica. L’obiettivo dell’azienda è ambizioso e inquietante: trovare il codice dell’orgasmo. La GENOM riesce così a sviluppare una replica artificiale del piacere, il sistema I.K.U., conquistando il mercato della pornografia e inaugurando una nuova era in cui il piacere stesso diventa un prodotto da progettare, vendere e controllare.

In questo scenario il sesso non è più necessariamente legato al contatto fisico diretto. La moda del futuro è il cosiddetto “sesso assistito”, una forma di piacere mediato da oggetti, dispositivi e tecnologie virtuali, preferito alla frizione dei corpi reali. È un’intuizione che rende il film sorprendentemente attuale: Shu Lea Cheang immagina un mondo in cui il desiderio viene catturato dalle logiche del mercato e tradotto in esperienza tecnologica, in cui l’orgasmo non è più soltanto un evento intimo e corporeo, ma un dato da raccogliere, replicare e perfezionare.

Per migliorare il sistema I.K.U., però, la GENOM ha bisogno di una vasta raccolta di esperienze orgasmiche differenti. Per questo invia a New Tokyo sette replicanti di nuova generazione chiamati Reiko, entità cybernetiche capaci di modificare il proprio aspetto e la propria identità in base ai desideri delle persone che incontrano. Attorno a loro si muove un universo popolato da figure come Dizzy, personaggio transessuale, e Tokyo-Rose, dominatrix ambigua e manipolatrice. Insieme compongono una costellazione di corpi mutanti, desideri mobili e identità instabili, dove il genere e la sessualità non appaiono mai fissi, ma sempre in trasformazione.

Uno degli aspetti più interessanti del film è proprio il modo in cui mette in scena il corpo cyber. Qui il corpo non è più un’entità naturale, stabile o definita, ma una superficie manipolabile, una zona di passaggio tra carne, macchina, fantasia e consumo. La sessualità di I.K.U. è polimorfa, artificiale, postumana, e si muove costantemente oltre i confini tradizionali del maschile e del femminile. In questo senso il film si colloca pienamente dentro una riflessione queer e cyberpunk, facendo del piacere un territorio di sperimentazione ma anche di controllo.

L’inizio del film stabilisce da subito un dialogo esplicito con Blade Runner, richiamandone l’immaginario con una scena di sesso in ascensore che si riallaccia ironicamente al finale del capolavoro di Ridley Scott. Ma il riferimento non è soltanto citazionista. Se Blade Runner era un film denso di amore, malinconia e desiderio, ma sostanzialmente privo di sesso esplicito, I.K.U. sembra porsi come il suo rovescio pornografico e ipersessualizzato. Dove Scott interrogava l’umanità dei replicanti, Cheang si concentra sul piacere, sulla riproducibilità del godimento e sulla trasformazione del corpo in interfaccia erotica.

Prodotto pensando a una generazione ormai immersa nella cultura digitale, I.K.U. mostra una lucidità sorprendente nel cogliere il rapporto tra tecnologia e desiderio. La sua struttura non lineare, la sua estetica frammentata e il suo erotismo sintetico sembrano descrivere un mondo in cui il business è arrivato a colonizzare anche l’esperienza più intima e irriducibile: l’orgasmo. È proprio qui che il film rivela la sua dimensione più politica. Dietro l’eccesso visivo, dietro il porno, dietro l’apparente frivolezza camp, I.K.U. ragiona su una società in cui il piacere è sempre meno libero e sempre più amministrato, progettato e venduto.

Shu Lea Cheang costruisce così un’opera estrema che può risultare spiazzante, caotica, a tratti volutamente satura e persino respingente, ma proprio per questo capace di restituire tutta la complessità di un immaginario sessuale e tecnologico in piena trasformazione. I.K.U. non cerca la provocazione fine a se stessa: usa il porno come linguaggio per interrogare il presente, per mostrare un futuro prossimo in cui il confine tra corpo e macchina, identità e performance, piacere e mercato, è ormai diventato quasi invisibile.

Più che un semplice film erotico o fantascientifico, I.K.U. è un oggetto cinematografico ibrido e anticipatore, un’opera che parla di un futuro già inscritto nel nostro presente. E proprio per questo continua a colpire: perché sotto la superficie sgargiante, sintetica e pornografica, racconta con inquietante precisione un mondo in cui persino il desiderio rischia di non appartenerci più.

Titolo: I.K.U.
Regia: Shu Lea Cheang
Sceneggiatura: Shu Lea Cheang
Montaggio: Kazuhiro Shirao
Fotografia: Tetsuya Yamoto
Scenografia: Sasaki Hisashi
Musica: The Saboten
Interpreti: Tokito Ayumu, Yumeno Maria, Sasaki Yumeka, Ariga Miho, Asou Myu
Paese: Giappone
Anno: 2000
Formato: 35 mm
Durata: 75 minuti
Colore: colore

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