Nella sconfinata e imprevedibile filmografia di Takashi Miike, Zebraman occupa un posto particolare. Uscito nel 2004, il film è insieme omaggio, parodia, dichiarazione d’amore e reinvenzione del tokusatsu, quel vastissimo universo audiovisivo giapponese fondato su effetti speciali, supereroi, mostri, combattimenti e immaginari a metà tra fantascienza e fantasy. Miike, autore capace di attraversare con assoluta libertà horror, noir, yakuza movie, grottesco e commedia nera, sceglie qui di misurarsi con una delle mitologie più radicate della cultura pop nipponica, realizzando un film che è al tempo stesso bizzarro, malinconico, ironico e profondamente affettuoso verso il materiale che rielabora.
Il termine tokusatsu, letteralmente, significa “effetti speciali”, ma nella pratica designa un’intera tradizione narrativa e visiva che ha segnato generazioni di spettatori giapponesi. Dentro questo contenitore rientrano serie e film con supereroi mascherati, mostri giganti, alieni invasori, città minacciate e battaglie spettacolari. È il mondo di Ultraman, di Lion-Maru, di Megaloman, delle Super Sentai Series, da cui sarebbero poi nati i Power Rangers americani, e naturalmente anche dei kaiju eiga, i film di mostri giganti come Godzilla. Zebraman si inserisce pienamente in questa tradizione, ma lo fa con uno sguardo tutto personale, filtrato dalla sensibilità eccentrica e cinefila di Miike.
La storia è ambientata in un Giappone del 2010 attraversato da eventi strani e inquietanti: avvistamenti di zebre, creature mutanti, delitti misteriosi e un uomo con una maschera da granchio che semina sangue e confusione. Polizia ed esercito cercano di dare un senso a quanto sta accadendo, ma al centro del racconto non c’è un investigatore, un soldato o un eroe già formato. C’è invece Shin’ichi Ichikawa, un professore di scuola media qualunque, interpretato da Shō Aikawa, attore molto popolare soprattutto nell’ambito del V-cinema, il circuito dei film distribuiti direttamente per il mercato home video, spesso legato proprio alle produzioni di Miike.
Ichikawa è un uomo spento, anonimo, schiacciato da una vita personale e familiare disastrosa. La moglie lo tradisce, i figli lo ignorano, il suo ruolo di padre e marito appare completamente svuotato. La figlia maggiore si prostituisce, il figlio minore, che è anche suo alunno, viene deriso e maltrattato dai compagni. In mezzo a questo quadro desolante, l’unico rifugio rimasto al protagonista è una vecchia passione infantile: Zebraman, una serie televisiva che adorava da ragazzo e che venne interrotta dopo appena sette episodi. Quel telefilm dimenticato continua però a vivere nella sua memoria come un luogo di conforto, un simbolo di purezza e di immaginazione in netto contrasto con la mediocrità della sua esistenza adulta.
Ed è proprio da questa frattura tra il grigiore del reale e il richiamo del fantastico che nasce il film. Ichikawa, complice il proprio disagio e la propria nostalgia, arriva a cucirsi da solo il costume di Zebraman. Quello che inizialmente potrebbe sembrare un gesto buffo, infantile o persino patetico, diventa invece il primo passo di una trasformazione autentica. Nella sua classe arriva infatti Shimpei, un nuovo studente costretto sulla sedia a rotelle. Tra il professore e il ragazzo nasce un legame fondato proprio sulla comune passione per Zebraman, una connessione che assume presto un valore profondo, fatto di complicità, affetto e fiducia reciproca.
Da qui il film compie il salto decisivo verso il fantastico. Ichikawa e Shimpei si accorgono che il 2010 in cui vivono coincide con l’anno immaginario in cui era ambientata la vecchia serie di Zebraman, l’anno in cui il supereroe avrebbe dovuto comparire davvero. E, in effetti, una notte il professore, indossando il costume che si è costruito, scopre di possedere dei superpoteri. Inizia così l’avventura del “vero” Zebraman, chiamato a confrontarsi con una minaccia aliena che si nasconde proprio nella scuola e che punta a conquistare il pianeta. Le sue gesta finiscono per intrecciarsi in modo sorprendente con le sceneggiature stesse della vecchia serie televisiva, in una trovata narrativa tra le più originali del film.
Ed è qui che Zebraman mostra tutta la sua forza. Miike non si limita a realizzare un film di supereroi in chiave ironica o nostalgica: costruisce un racconto metacinematografico e metatelevisivo in cui la fiction invade la realtà, e la realtà si lascia riscrivere dalla fiction. Il protagonista non diventa eroe per vocazione o destino, ma per bisogno, per fuga, per desiderio di restituire senso a una vita che lo ha svuotato. Zebraman diventa così insieme maschera, sogno infantile, possibilità di riscatto e strumento per ritrovare un’identità.
Il film, certo, non è privo di difetti. La narrazione a tratti è lenta, il ritmo non sempre sostenuto, e alcune sequenze soffrono per una recitazione volutamente statica, con dialoghi intervallati da lunghi silenzi che possono apparire eccessivi. Ma sono limiti che non compromettono la riuscita complessiva dell’opera. Perché Miike riesce comunque a trascinare lo spettatore grazie a una regia piena di idee, a invenzioni visive continue e a un equilibrio molto particolare tra ironia, malinconia e spettacolo pop.
Tra gli aspetti più riusciti c’è sicuramente la ricostruzione della finta serie televisiva Zebraman all’interno del film. Miike gira alcune parti come se fossero davvero episodi di un serial anni Settanta, utilizzando una pellicola sgranata in 16 mm, colori e texture che imitano quelli delle produzioni d’epoca, e accompagnando il tutto con musiche che richiamano in maniera esplicita l’estetica sonora dei vecchi tokusatsu. A questo scopo il regista si avvale della collaborazione di Ichirō Mizuki, figura fondamentale della cultura pop giapponese, celebre per aver cantato o composto sigle di anime storici come Mazinga Z, Grande Mazinga, Jeeg Robot d’Acciaio, Capitan Harlock, Voltron e Tekkaman. Questo dettaglio non è marginale: significa che Zebraman non si limita a citare il passato, ma cerca davvero di ricrearlo e celebrarlo dall’interno.
Miike dissemina inoltre il film di riferimenti e omaggi che ampliano il gioco cinefilo. C’è un richiamo al primo Il segno di Zorro del 1920, e c’è persino una parodia di Sadako, l’iconica figura spettrale di Ringu. Sono tocchi che arricchiscono il tono del film e confermano la capacità del regista di muoversi tra i generi con assoluta libertà, piegandoli a una poetica personale fatta di eccesso, ironia e amore sincero per il cinema popolare.
Anche sul piano tecnico il film si difende molto bene. Gli effetti speciali sono convincenti, le coreografie dei combattimenti funzionano, e l’impianto visivo riesce a evocare con efficacia il gusto di quei telefilm che hanno accompagnato l’infanzia e l’adolescenza di tantissimi spettatori, non solo in Giappone ma anche in Italia, dove parte di questo immaginario arrivò negli anni Ottanta, sia pure in forma più limitata rispetto al contesto originario.
Come nella migliore tradizione del tokusatsu, Zebraman porta con sé messaggi semplici ma sinceri: credere nelle proprie capacità, non abbandonare i sogni, fare la cosa giusta, continuare a credere nella giustizia e nel bene anche quando tutto sembra perduto. Ma Miike non li tratta con ingenuità: li inserisce dentro un racconto che sa essere anche amaro, perché l’eroismo qui nasce dal fallimento, dalla solitudine e dal bisogno disperato di non lasciarsi annientare dalla realtà.
In definitiva, Zebraman è un piccolo gioiello del cinema giapponese contemporaneo. Un film imperfetto, certo, ma ricco di cuore, idee e personalità. È un’opera che saprà conquistare gli appassionati di Takashi Miike, gli amanti del tokusatsu e chiunque provi nostalgia per quei vecchi telefilm fatti di costumi improbabili, mostri, alieni, effetti speciali artigianali e sogni più grandi della vita. Per chi vorrà proseguire il viaggio, esiste anche un seguito del 2010, Zebraman 2: Attack on Zebra City, che riprende e rilancia l’universo del personaggio in una direzione ancora più sfrenata e visionaria.





