Shamsia Hassani è una delle figure più potenti e simboliche dell’arte contemporanea. Nata nel 1988 a Teheran da genitori rifugiati afgani, ha dovuto affrontare fin da piccola discriminazioni e ostacoli: in Iran non poteva studiare arte a causa della sua origine. Ma nel 2005, quando la sua famiglia tornò in Afghanistan, riuscì a iscriversi alla facoltà di Belle Arti dell’Università di Kabul, dove ha poi conseguito la laurea e il master.

Con il tempo è diventata la prima street artist donna dell’Afghanistan, insegnante universitaria e co-fondatrice del collettivo Berang Art Organization, impegnato a promuovere la cultura e la creatività in un Paese spesso piegato dalla guerra e dalla repressione.

I murales di Shamsia Hassani hanno tappezzato le strade di Kabul con figure femminili imponenti, spesso avvolte dal burqa ma rappresentate come giganti, vibranti di colore e dignità. Sono immagini che trasformano un simbolo di oppressione in una figura monumentale, capace di imporsi nello spazio pubblico con eleganza e forza.

Con i suoi lavori, Hassani racconta la condizione delle donne, i traumi di una nazione ferita e la speranza di un futuro diverso. La sua serie digitale Dreaming Graffiti unisce pittura e fotografia per riflettere su identità, memoria e sicurezza personale.

Il talento di Hassani ha varcato i confini afgani, portandola in Europa e negli Stati Uniti. Nel 2025 ha presentato a Londra la sua prima mostra personale nel Regno Unito, “The Dreamer”, che esplora il confine tra realtà e desiderio, tra dolore e speranza.

Lo stesso anno, ha realizzato un grande murale per il progetto BD:Walls 2025 al Bradford College, nel Regno Unito. La BBC l’ha inserita nella lista delle 100 donne più influenti del mondo nel 2021, e ha preso parte a residenze artistiche internazionali, come quella al Hammer Museum di Los Angeles.

Dopo la presa di potere dei talebani nel 2021, Shamsia Hassani ha dovuto vivere in esilio, ma non ha smesso di creare. Ogni sua opera è un atto di resistenza e testimonianza: un modo per dare voce a chi è stato ridotto al silenzio, per trasformare i muri delle città in pagine di memoria collettiva.

Shamsia Hassani dimostra che l’arte può essere molto più di un gesto estetico: è un linguaggio universale, capace di abbattere muri culturali e politici, e di ricordarci che anche nei contesti più oscuri, la bellezza e la libertà trovano sempre un varco per emergere.

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.