Per anni Viktor Orbán è apparso invincibile. Il leader magiaro che sfida Bruxelles, che stringe mani a Donald Trump e Giorgia Meloni, e che non perde occasione per presentarsi come il paladino dell’Europa “vera”, quella dei confini chiusi e delle tradizioni cristiane. Ma dietro il suo sorriso sicuro e la retorica da campagna permanente, qualcosa si è incrinato.
A sei mesi dal voto, l’aria in Ungheria è cambiata. Dopo sedici anni al potere, Orbán non è più l’uomo che domina senza rivali. Nei sondaggi, il suo partito Fidesz scivola sotto il 40 per cento, mentre la nuova formazione liberale Tisza, guidata da Péter Magyar, lo supera di oltre dieci punti. Magyar non è un outsider: è un ex alleato, cresciuto nello stesso sistema che oggi denuncia come “corrotto e autoritario”. È forse questo che spaventa di più il premier.
Perché quando a minacciare il potere non è un nemico esterno, ma uno che conosce le regole del gioco, le reazioni diventano più nervose. E infatti, da Budapest è arrivata la notizia che ha fatto infuriare l’opposizione: Blikk, il tabloid più letto del Paese, è stato acquistato da Indamedia, gruppo considerato vicino al governo.
Blikk è un simbolo della cultura popolare ungherese. È il giornale che si trova ovunque — nei bar, nei treni, negli smartphone — e che con la sua miscela di gossip, sport e notizie d’attualità raggiunge oltre tre milioni di persone al mese. Un pubblico vasto, trasversale, quello che decide gli umori del Paese più di mille comizi.
Ufficialmente, la vendita è un’operazione economica: la casa editrice svizzera Ringier ha ceduto le sue attività “per motivi strategici”. Ma pochi ci credono davvero. Il nuovo proprietario, Miklós Vaszily, è un imprenditore che da anni gestisce media fedeli al governo, tra cui l’emittente TV2, una delle voci più schierate a favore di Orbán.
La reazione nella redazione di Blikk è stata immediata: il direttore si è dimesso, alcuni giornalisti hanno espresso pubblicamente il loro sconcerto. “Per me è moralmente inaccettabile”, ha detto uno di loro, preferendo restare anonimo. Ma molti sanno che in Ungheria chi parla troppo rischia la carriera, se non peggio.
Negli ultimi dieci anni, il governo ha costruito un sistema mediatico quasi monolitico. Più di quattrocento testate sono state accorpate in una fondazione controllata da uomini vicini a Fidesz. I giornali locali, le tv regionali e persino molte radio trasmettono un’unica voce, quella del governo. E ora anche Blikk, l’ultimo grande spazio di libertà popolare, sembra destinato a uniformarsi.
Per l’opposizione, è un segnale inequivocabile. “Temono la sconfitta e vogliono silenziare chiunque possa parlare con milioni di ungheresi”, ha detto Magyar in un comizio a Szeged. “Non si tratta più di politica, ma di paura.”
Paura che si legge anche nei corridoi del potere. Perché questa volta, le accuse di corruzione, l’inflazione e il malcontento per i rapporti sempre più tesi con l’Unione Europea stanno logorando l’immagine di Orbán. E controllare i media, ancora una volta, sembra la sua risposta automatica.
Ma la verità è che, a furia di blindare il messaggio, si rischia di perdere il contatto con il Paese reale. Blikk era un giornale letto anche da chi votava Fidesz. Se ora diventerà un megafono di propaganda, potrebbe rivelarsi un boomerang.
Budapest, intanto, osserva e mormora. Le edicole vendono meno, i giornalisti tacciono, i lettori si spostano online in cerca di notizie vere. Ma sotto la superficie, cresce la sensazione che l’Ungheria stia arrivando a un bivio.
Per la prima volta dopo molti anni, Viktor Orbán non sembra più l’uomo che controlla tutto.
E forse è proprio per questo che, nel Paese dove la libertà di stampa è diventata un miraggio, la parola “voto” fa più paura di qualsiasi titolo di giornale.
