C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella rabbia con cui Donald Trump ha chiesto il licenziamento di Jimmy Kimmel. Non è solo la reazione a una battuta feroce, forse discutibile, certamente tagliente. È il riflesso di un potere che non sopporta di essere deriso.
La satira non chiede permesso. Esagera, graffia, sporca il salotto buono della politica. E quando funziona, fa male proprio perché intercetta una verità che molti preferirebbero non vedere. Kimmel non ha lanciato un appello alla violenza: ha usato l’arma del paradosso, quella che i comici usano da sempre contro presidenti, re, generali e predicatori.
Trump, però, pretende di trasformare una battuta in un caso di ordine pubblico. Da che pulpito. Parliamo di un uomo che ha costruito consenso sull’insulto, sull’umiliazione dell’avversario, sulla retorica del nemico interno. Un leader accusato di calpestare diritti fondamentali e diritto internazionale, e la cui politica porta addosso l’ombra pesantissima di responsabilità morali davanti alle sofferenze inflitte a civili e migranti.
Eppure eccolo lì, improvvisamente fragile davanti alla comicità. Non davanti alla guerra, non davanti alle ingiustizie, non davanti alle vite spezzate. Davanti a una frase in televisione.
Si può trovare Kimmel eccessivo. La satira spesso lo è. Ma chiedere la testa di un comico significa voler mettere il bavaglio non solo a lui, ma a chiunque osi ridere del potere. E quando il potere non accetta più di essere preso in giro, vuol dire che ha già smesso di sentirsi democratico.
Per questo oggi difendere Kimmel non significa difendere una singola battuta. Significa difendere il diritto della satira a fare il suo mestiere: sbattere la verità in faccia a chi vorrebbe governare anche il silenzio.






