Sul palco c’erano corpi lucidi, papillon, musica alta e platee in delirio. Dietro le quinte, però, il marchio Chippendales nascondeva una storia da noir: rivalità, incendi, sicari e un fondatore disposto a tutto pur di non perdere il controllo del suo regno.
Somen “Steve” Banerjee, immigrato indiano arrivato negli Stati Uniti con grandi ambizioni, acquistò negli anni Settanta un locale di Los Angeles chiamato Destiny II. Lo ribattezzò Chippendales e, nel 1979, ebbe l’intuizione che cambiò tutto: serate di spogliarello maschile pensate esclusivamente per un pubblico femminile.
Fu un successo immediato. Le donne facevano la fila, il club diventò un fenomeno, e Chippendales iniziò a trasformarsi in un marchio nazionale. Ma Banerjee non era solo un imprenditore affamato di successo. Era un uomo ossessionato dall’idea che qualcuno potesse rubargli il trono.
Quando comparvero locali rivali, la concorrenza non venne affrontata soltanto con pubblicità e spettacoli migliori. Secondo le indagini, Banerjee fece appiccare incendi contro attività concorrenti. Il primo lato oscuro del mito era già acceso, letteralmente.
Poi arrivò Nick De Noia, produttore e coreografo brillante, capace di dare allo show forma, ritmo e fascino teatrale. De Noia contribuì enormemente alla crescita del marchio, ma tra lui e Banerjee il rapporto degenerò presto. Litigavano, si accusavano, si detestavano. Banerjee mal sopportava che De Noia venisse considerato da molti il vero volto creativo di Chippendales.
Nel 1987, la rivalità esplose nel modo più brutale. De Noia venne assassinato nel suo ufficio di New York da un killer. Dietro quel colpo, secondo l’FBI, c’era proprio Banerjee, che avrebbe ingaggiato Ray Colon per organizzare l’omicidio. Colon, a sua volta, si sarebbe servito di Gilberto Rivera Lopez, l’uomo che materialmente sparò a De Noia.
Eppure Banerjee rimase libero. Non solo: riuscì persino a riacquistare dalla famiglia della vittima i diritti sulle tournée Chippendales. Il morto era stato eliminato, l’affare continuava.
Ma l’ossessione non si fermò. Nei primi anni Novanta, Banerjee puntò altri ex collaboratori passati a una compagnia rivale in Inghilterra. Ancora una volta avrebbe chiesto aiuto a Colon. Il piano prevedeva l’uso del cianuro. Una lista di nomi, veleno sufficiente per una strage e un sicario esitante portarono finalmente l’FBI al cuore del complotto.
Quel sicario, soprannominato “Strawberry”, si rivolse agli agenti. Da lì, il castello iniziò a creparsi.
Colon, arrestato, dopo mesi decise di collaborare. L’FBI provò a registrare Banerjee, ma il fondatore dei Chippendales era prudente: scriveva risposte su bigliettini, li distruggeva, evitava frasi compromettenti. Sembrava un fantasma imprendibile.
Poi arrivò l’incontro decisivo a Zurigo. Convinto di parlare con un complice in fuga, Banerjee si lasciò andare. Gli investigatori ottennero ciò che cercavano: elementi sufficienti per inchiodarlo.
Nel 1993 Steve Banerjee venne arrestato. Le accuse erano pesantissime: omicidio su commissione, tentati omicidi, incendio doloso e violazioni legate al crimine organizzato. Rischiava decenni di carcere.
Ma il processo non ebbe il finale che molti aspettavano. Il 23 ottobre 1994, alla vigilia della sentenza, Banerjee si tolse la vita nella sua cella.
Così finì la storia dell’uomo che aveva trasformato un locale qualunque in un impero del desiderio, e poi quell’impero in una macchina di paura. Chippendales nacque come spettacolo di libertà e seduzione, ma dietro i riflettori si muoveva un’ombra lunga: quella di un fondatore che preferì distruggere tutto, piuttosto che condividere il palcoscenico.






