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Giuseppe Di Matteo: il bambino rapito dalla mafia e cancellato nell’acido per vendetta

Giuseppe Di Matteo aveva solo 12 anni quando la mafia siciliana lo rapì nel 1993. Gli uomini di Cosa Nostra si presentarono travestiti da poliziotti e gli dissero che lo avrebbero portato da suo padre, Santino Di Matteo. Era una trappola. Santino era un ex mafioso diventato collaboratore di giustizia. Dopo essere stato arrestato per il suo ruolo nella strage in cui morì il giudice Giovanni Falcone, aveva deciso di rompere il muro dell’omertà e raccontare agli investigatori ciò che sapeva.

Per la mafia, quel tradimento andava punito. E per colpire Santino nel punto più fragile, i boss presero suo figlio.

Dietro il rapimento c’erano figure spietate come Giovanni Brusca e Totò Riina. Giuseppe fu tenuto prigioniero per 779 giorni. Quasi due anni di paura, isolamento e sofferenza usati come ricatto contro il padre.

I sequestratori inviarono anche fotografie del bambino ferito, nel tentativo di costringere Santino a ritrattare. Ma la sua deposizione era ormai agli atti e la macchina giudiziaria non poteva essere fermata.

Alla fine, Brusca ordinò di eliminarlo. Giuseppe era ormai debolissimo. Fu strangolato e il suo corpo venne sciolto nell’acido, secondo una pratica mafiosa chiamata lupara bianca, pensata per far sparire il cadavere e negare alla famiglia perfino un funerale.

Il delitto sconvolse l’Italia. Anche chi conosceva la ferocia di Cosa Nostra rimase colpito dall’età della vittima e dalla durata della sua prigionia. Il caso distrusse definitivamente il mito di una mafia con un “codice d’onore”: Giuseppe era un bambino, eppure fu trattato come uno strumento di vendetta.

Giovanni Brusca fu arrestato nel 1996 e condannato a più ergastoli. Santino Di Matteo, invece, venne scarcerato in anticipo nel 2002 per la sua collaborazione con la giustizia.

La famiglia non smise mai di convivere con quella ferita. Anni dopo, Santino raccontò di pensare ogni giorno a suo figlio e di non riuscire a perdonarsi. Giuseppe amava gli animali e sognava di diventare veterinario. Voleva una vita lontana dalla mafia.

Nel 2018, più di vent’anni dopo l’omicidio, un tribunale siciliano riconobbe alla famiglia Di Matteo un risarcimento di 2,2 milioni di euro dal fondo statale per le vittime della mafia.

Ma nessuna cifra poteva restituire ciò che era stato tolto: un bambino, il suo futuro, e il diritto elementare di tornare a casa.

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