COSA DICONO LE STELLE

spot_img

L'ALCHIMISTA PRESENTA

spot_img

L'ALCHIMISTA PRESENTA

spot_img

NOVITà

spot_img

Garlasco, il dolore dei Poggi e il peso insopportabile del dubbio: forse la verità merita ancora silenzio, rispetto e coraggio

Ci sono storie giudiziarie che diventano romanzi collettivi. Poi ci sono storie che, invece, restano tragedie familiari anche quando finiscono nei talk show, nei podcast, nei forum, nei commenti feroci dei social. Il caso di Garlasco appartiene a questa seconda categoria. Perché prima dei processi, delle perizie, delle sentenze, delle teorie alternative e delle infinite discussioni sul “colpevole giusto” o “colpevole sbagliato”, c’è una ragazza uccisa: Chiara Poggi. E ci sono dei genitori che da quasi vent’anni convivono con un vuoto che nessuna verità giudiziaria potrà mai riempire.

In questi giorni il nome di Garlasco è tornato ancora una volta al centro della scena. Nuove indagini, nuovi interrogativi, nuove ipotesi investigative e il ritorno del nome di Andrea Sempio hanno riaperto una ferita mai davvero chiusa. Sullo sfondo, resta la condanna definitiva di Alberto Stasi, che continua a dividere opinione pubblica, esperti, innocentisti e colpevolisti.

Eppure, dentro questo vortice di opinioni, spesso si dimentica una cosa semplice: il dolore non è un talk show.

Le dichiarazioni dell’avvocato Gian Luigi Tizzoni hanno riportato al centro un aspetto umano che rischia di essere schiacciato dal rumore mediatico. Quando spiega che la famiglia Poggi sarebbe pronta persino a restituire il risarcimento economico nel caso di una futura assoluzione di Stasi, emerge un messaggio forte: forse non è il denaro il punto. Forse non lo è mai stato.

Per anni, in rete e non solo, qualcuno ha insinuato che i Poggi difendano la condanna di Stasi per interesse economico, quasi fossero custodi gelosi di un risarcimento. Ma davvero possiamo ridurre una tragedia così devastante a un bilancio contabile? Davvero si può pensare che alcune centinaia di euro al mese valgano quanto una figlia perduta?

Secondo quanto riferito dal legale, una parte di quelle somme sarebbe rimasta accantonata in un conto mai toccato. Una scelta che racconta qualcosa, almeno sul piano simbolico: il denaro non cura il lutto, non compra il sonno, non restituisce le mattine normali. Può forse coprire spese legali, consulenze, anni di tribunali. Ma non risarcisce l’assenza.

Ed è qui che, personalmente, sento il bisogno di fermarmi un momento dal tifo da stadio giudiziario che troppo spesso accompagna il caso Garlasco.

Comprendo profondamente la posizione dei Poggi.

Non significa dire che ogni domanda vada zittita. Né significa negare che, in uno Stato di diritto, nuove prove o nuovi elementi debbano essere verificati fino in fondo. Se emergono dubbi concreti, è giusto indagare. Sempre. La giustizia non può avere paura delle domande, perché il dubbio, quando è serio, non è un nemico della verità: è il suo strumento più severo.

Ma comprendo anche una famiglia che, dopo anni di processi, ricorsi, sentenze, revisioni tentate, televisioni accese e nomi sbattuti ovunque, sente il peso insopportabile di vedere continuamente rimessa in discussione quella verità processuale a cui si è aggrappata per sopravvivere.

Immaginiamo cosa significhi. Perdere una figlia in modo atroce. Aspettare anni per una sentenza definitiva. Convincersi, magari anche per necessità psicologica, che almeno una risposta sia arrivata. E poi vedere tutto tornare indietro, ancora e ancora, come un film che non smette mai di ricominciare.

È umano che i Poggi credano nella colpevolezza di Stasi. È umano che difendano ciò che la giustizia italiana ha stabilito dopo un percorso lunghissimo. E sarebbe umano perfino il contrario: se un giorno le carte dovessero cambiare davvero il quadro, sarebbe umano anche pretendere una nuova verità.

Per questo oggi non riesco a stare nelle curve da ultras del “è sicuramente innocente” o del “è sicuramente colpevole”.

Quello che spero, davvero, è che la verità emerga fino in fondo. Qualunque essa sia.

Se Alberto Stasi è colpevole, allora ogni ombra deve dissolversi una volta per tutte, senza più sospetti che avvelenano il caso da quasi vent’anni. Se invece ci fossero elementi così forti da cambiare il quadro, allora sarebbe giusto affrontare anche quella verità, per quanto dolorosa e destabilizzante possa essere.

Perché la giustizia non dovrebbe avere paura né delle conferme né delle smentite.

Ma nel frattempo, forse, servirebbe una cosa che in questa storia sembra scomparsa: il rispetto.

Rispetto per chi non c’è più. Rispetto per chi è stato condannato. Rispetto per chi continua a proclamarsi innocente. Rispetto per chi indaga. E soprattutto rispetto per due genitori che, al di là di tutto, ogni mattina si svegliano senza più loro figlia.

Il resto, forse, dovrebbe parlare a voce più bassa.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

ARTICOLLI COLLEGATI