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Nathan Leopold: il ragazzo prodigio che uccise per sentirsi superiore alla legge

Nel 1924 Nathan Leopold aveva tutto: intelligenza fuori scala, studi prestigiosi, talento per le lingue e un futuro già spalancato davanti a lui. A 19 anni era laureato, parlava numerose lingue, studiava legge e veniva considerato un giovane genio.

Poi decise di buttare via tutto per un’idea mostruosa: dimostrare di poter commettere il “delitto perfetto”.

Il suo complice era Richard Loeb, amico e amante, anche lui cresciuto nell’ambiente ricco di Chicago. Insieme erano convinti di appartenere a una categoria superiore, al di sopra della morale comune. Leopold era affascinato dal concetto nietzschiano di Übermensch, il superuomo capace, secondo la loro distorta interpretazione, di oltrepassare le regole degli altri.

Prima provarono con piccoli furti e incendi. Ma nessuno parlava di loro. Volevano qualcosa di più grande. Più teatrale. Più crudele.

Il 21 maggio 1924 scelsero la vittima: Bobby Franks, 14 anni, cugino di Loeb e figlio di una famiglia benestante. Lo attirarono in auto con una scusa, poi Loeb lo colpì con uno scalpello e lo soffocò. Leopold guidò fino all’Indiana, dove i due spogliarono il corpo, lo cosparsero di acido e lo abbandonarono in un canale di scolo.

Per rendere la messinscena ancora più cinica, inviarono alla famiglia una richiesta di riscatto da 10.000 dollari, anche se Bobby era già morto.

Il loro “delitto perfetto” crollò quasi subito. Accanto al corpo furono trovati un paio di occhiali con una montatura rarissima. A Chicago solo tre persone ne possedevano una simile. Una era Nathan Leopold.

La polizia trovò anche la macchina da scrivere usata per la lettera di riscatto, recuperata in un lago e collegata ai due giovani. Interrogati, Leopold e Loeb confessarono quasi subito, cercando però di scaricare la colpa l’uno sull’altro.

Il processo divenne un caso nazionale. A difenderli fu Clarence Darrow, uno degli avvocati più celebri d’America. I due si dichiararono colpevoli: la vera battaglia era evitare la pena di morte.

Darrow pronunciò un’arringa lunghissima contro l’esecuzione dei ragazzi. Alla fine il giudice li risparmiò, ma li condannò all’ergastolo più 99 anni per il rapimento.

In prigione, Leopold e Loeb contribuirono a creare programmi scolastici per i detenuti. Ma nel 1936 Loeb fu ucciso da un altro carcerato nelle docce del penitenziario.

Leopold rimase solo. Continuò a insegnare, partecipò perfino a uno studio sulla malaria come volontario e, nel 1958, pubblicò il memoir Life Plus 99 Years. Nello stesso anno ottenne la libertà condizionale dopo 34 anni di carcere.

Si trasferì a Porto Rico, lavorò come tecnico di laboratorio, si sposò, conseguì un master e tornò alla sua antica passione: gli uccelli. Morì d’infarto nel 1971, a 66 anni.

Nathan Leopold non fu un serial killer. Fu qualcosa di diverso e forse ancora più inquietante: un giovane privilegiato che trasformò l’intelligenza in arroganza, e l’arroganza in omicidio. Un delitto nato non dalla rabbia, ma dal desiderio gelido di dimostrare una teoria.

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