Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia, ma ti costringono a guardarti dentro. Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione è uno di questi. Dopo Perfidia, Ovunque Proteggimi e I Giganti, Bonifacio Angius firma il suo film più personale e devastante: un’opera che non fa sconti, né ai suoi personaggi né agli spettatori.
In sala dal 16 ottobre, dopo la presentazione alle Notti Veneziane e la vittoria del Premio Lizzani a Venezia, il film conferma Angius come una delle voci più coraggiose del cinema italiano contemporaneo. Regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e attore, Angius si mette in gioco in prima persona, guidando un cast che vede tra gli altri Antonio Angius, Simonetta Columbu, Edoardo Pesce, Michele Manca, Massimiliano Nocco e due presenze speciali: Giuliana De Sio e Geppi Cucciari.
Confiteor è una commedia amara che continuamente si frantuma e si ricompone: ride e piange, ti fa sorridere mentre ti stringe lo stomaco. È una storia di famiglia, di quelle dove tutto è condiviso – la spesa, i ricordi, persino i sogni – ma anche di quelle in cui basta un trauma per far saltare ogni equilibrio.
Gianmaria, il protagonista, rievoca la sua infanzia in un palazzo popolato da zii, cugini e nonni. Un mondo che sembra protetto, quasi buffo, finché la malattia del padre non spezza la normalità. “Mio padre non ricorda più il mio nome. Non ricorda nemmeno come si chiama lui”, dice. E allora la commedia diventa dramma, e il dramma diventa riflessione sul dolore, sulla memoria, sulla violenza silenziosa che abita le famiglie.
Angius non ha paura di sporcare le immagini, di mostrare la crudeltà insieme alla tenerezza. Il film pulsa di rabbia e poesia, di ferocia e di pietà. È un ritratto spietato dell’Italia profonda, dove l’amore e la violenza convivono senza che nessuno se ne accorga, e dove la rivoluzione promessa – quella personale e quella collettiva – non arriva mai.
Non aspettatevi un film facile. Confiteor non consola, non rassicura, non intrattiene. Ma se vi lascerete travolgere dal suo ritmo spezzato, dal suo alternarsi di commedia e tragedia, vi accorgerete che parla di tutti noi: delle nostre famiglie, delle nostre ferite, delle rivoluzioni mancate che ci portiamo dentro.
È cinema che brucia, che fa male, ma che resta.
