C’era una volta il governo che si vendeva come miglior amico delle imprese: meno burocrazia, più crescita, più sostegno a chi investe. Poi è arrivato il decreto Fisco e il miracolo si è compiuto al contrario: chi si era fidato adesso presenta il conto.
Confindustria non l’ha mandata a dire. Altro che incomprensioni tecniche: qui si parla apertamente di fiducia tradita. Le imprese che avevano prenotato il credito d’imposta 5.0, rassicurate dai ministri, si ritrovano improvvisamente con un taglio pesantissimo dell’agevolazione. In pratica, il governo ha fatto il classico numero da imbonitore: prima promette, poi stringe, infine ti spiega che dovevi capire meglio.
Ed è qui che Giorgia Meloni comincia a perdere colpi davvero. Perché un conto è litigare con opposizioni, magistrati, giornali o piazze. Un altro è riuscire a irritare anche quel mondo produttivo che doveva essere il cuore della tua narrazione. Quando persino Confindustria smette di applaudire e passa al linguaggio del tradimento, vuol dire che la favola del governo affidabile comincia a scricchiolare sul serio.
La risposta di Giorgetti, poi, è quasi commovente nella sua sincerità involontaria: “Dobbiamo capire chi aiutare”. Straordinario. Dopo aver approvato il decreto, adesso bisogna capire chi aiutare. Siamo oltre la politica economica: siamo alla tombola ministeriale. Si taglia prima e si ragiona dopo. Si colpisce qualcuno, poi si apre il dibattito su chi meritasse davvero il colpo.
Naturalmente, quando la frittata è fatta, arriva il rito salvifico del tavolo di confronto. In Italia funziona così: il governo prende una decisione che fa infuriare mezzo Paese, poi convoca un tavolo per discutere delle conseguenze della decisione che ha appena preso. Una liturgia perfetta per chi non vuole ammettere l’errore ma neppure affrontarne subito il costo politico.
Il problema per Meloni è che questo inciampo arriva in un momento in cui l’immagine di compattezza si è già parecchio sbiadita. Dopo i colpi presi sul piano politico, ora arrivano quelli dal fronte che doveva restare più fedele: imprese, investimenti, produzione. E se cominciano a dubitare anche quelli che dovevano credere nel “governo del fare”, allora forse resta soprattutto il governo del disfare.
La verità è semplice: Meloni continua a parlare da leader granitica, ma il suo governo comincia a muoversi come uno che promette certezze e distribuisce sorprese. Quasi sempre sgradite. E il punto più divertente, si fa per dire, è che riescono a presentare ogni retromarcia come una prova di responsabilità, ogni pasticcio come una strategia, ogni protesta come un fraintendimento.
Se perfino Confindustria si sente presa in giro, allora il problema non è più la propaganda dell’opposizione. Il problema è che la realtà, ogni tanto, si ostina a votare contro.






