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Vance, non mi parli di morale mentre giustifica la violenza. L’ipocrisia svelata dell’attacco al Papa

Io a JD Vance voglio dirlo con chiarezza: non accetto lezioni di morale da chi usa la religione come una copertura politica. Non accetto che un vicepresidente degli Stati Uniti, che si presenta come cattolico convertito, trovi il coraggio di dire al Papa di “attenersi alle questioni morali” proprio mentre la guerra devasta popoli, corpi, città, vite. Perché la guerra è una questione morale. La violenza è una questione morale. La morte di innocenti è una questione morale. E chi prova a spostare il discorso altrove sta solo tentando di svuotare la fede del suo significato più profondo.

Io non credo che il problema, oggi, sia il Papa. Il problema è Vance. Il problema è la sua ambiguità calcolata, la sua obbedienza travestita da prudenza, la sua scelta di stare sempre dalla parte del potere anche quando il potere degenera in arroganza, odio e bullismo istituzionale. Di fronte all’attacco di Trump contro Leone XIV, Vance non ha difeso il Papa. Non ha difeso nemmeno la dignità del suo stesso credo. Ha minimizzato. Ha cercato di rendere normale ciò che normale non è: l’insulto, la volgarità, la brutalità trasformata in linguaggio politico.

E allora sì, io la domanda la pongo. Quanto è autentica una conversione religiosa che, nella pratica quotidiana, finisce per avallare discriminazione, ferocia verbale, persecuzione del più debole e culto della forza? Quanto pesa davvero la fede di Vance, se ogni volta che dovrebbe alzare la voce davanti all’ingiustizia sceglie invece di abbassare la testa davanti a Trump?

Io non idealizzo il Papa. So bene che Leone XIV, come altri uomini di Chiesa, può avere idee conservatrici che io non condivido, dall’aborto fino al rapporto con la comunità LGBTQ+. Non è questo il punto. Il punto è un altro, ed è enorme. Il Papa, con tutti i limiti e le rigidità che gli si possono contestare, non sta usando la religione per benedire la violenza. Non sta piegando il Vangelo alle convenienze della Casa Bianca. Non sta trasformando Dio in un’arma retorica al servizio della guerra. Sta facendo il contrario: sta ricordando che la vita viene prima della potenza, che la dignità umana viene prima della propaganda, che nessuna ragione di Stato può cancellare il valore di un essere umano.

Ed è proprio per questo che viene attaccato.

Trump lo colpisce perché non tollera alcuna autorità morale che non sia subordinata al suo ego. Vance lo copre perché ha bisogno di restare dentro quella macchina di potere. Questa è la verità politica. E io trovo sinceramente intollerabile che un uomo che si presenta come credente scelga di diventare il volto “religioso” di un’amministrazione che ha fatto della violenza verbale un metodo, della discriminazione una bandiera, della guerra una postura, dell’umiliazione del diverso una tecnica di consenso.

A me colpisce soprattutto questo: Vance non si limita a tacere. Raffina, ripulisce, rende presentabile. È il suo ruolo. Trump aggredisce, Vance traduce. Trump insulta, Vance minimizza. Trump incendia, Vance prova a spiegare che in fondo non sta bruciando nulla. Ma il risultato non cambia. Cambia solo il tono della voce con cui si giustifica l’intollerabile.

Ed è qui che, ai miei occhi, il problema morale di Vance diventa persino più grave di quello di tanti fanatici urlanti. Perché l’ipocrisia elegante fa più danni del cinismo dichiarato. Il fanatico almeno si mostra per quello che è. Vance invece vuole ancora apparire come uomo di fede, come credente serio, come interprete morale della politica, mentre resta perfettamente allineato a un potere che infanga la religione e tenta di piegarla a proprio uso e consumo.

Questo, per me, è il cuore della questione. L’amministrazione Trump non eleva la fede. La degrada. La riduce a scenografia, a parola d’ordine, a strumento identitario con cui dividere il mondo tra puri e nemici. E quando la religione smette di essere coscienza e diventa copertura del potere, allora non siamo più davanti alla testimonianza, ma alla manipolazione.

Il Papa, invece, su un punto resta fermo. Difende la vita. Si oppone alla guerra. Rifiuta la logica per cui la forza dovrebbe zittire la coscienza. E per quanto io possa non condividere alcune sue posizioni su altri temi, non posso non vedere la differenza abissale tra chi parla nel nome della vita e chi usa la fede per giustificare apparati di violenza.

Per questo io sto dalla parte di Leone XIV in questo scontro. Non perché lo consideri perfetto. Non perché pensi che ogni sua posizione sia giusta. Ma perché, in questo momento, è lui a rifiutare la prostituzione della religione alla politica di potenza. È lui a non piegarsi. È lui a ricordare che la guerra non può mai essere trattata come una semplice variabile strategica, e che il sangue degli innocenti non può essere nascosto dietro il lessico ipocrita delle necessità geopolitiche.

A Vance, allora, io direi questo: non provi a impartire confini morali al Papa mentre copre un’amministrazione che della morale calpesta ogni sostanza. Non invochi la fede se poi si inginocchia davanti alla brutalità del potere. Non parli da cattolico se il suo cattolicesimo serve soltanto a rendere più accettabile l’inaccettabile.

Perché a quel punto la conversione non appare più come una testimonianza spirituale. Appare come una convenienza. E la fede, ridotta a stampella del potere, non salva nessuno: sporca soltanto anche ciò che pretende di difendere.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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