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Tra Trump e Teheran, l’Europa prova a restare nel diritto

Il messaggio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian corre veloce tra ambasciate e social: nei momenti cruciali, dice, le civiltà rivelano la propria essenza. E cita una costellazione di Paesi, Spagna, Cina, Russia, Turchia, Italia, Egitto, che, a suo dire, si starebbero opponendo alla “bellicosità” e ai “crimini del regime sionista”.

È una lettura abile, ma interessata. Perché scambia una cosa per un’altra.

Il dissenso espresso da molte capitali non è un abbraccio all’Iran, né una sponda alla sua propaganda. È, piuttosto, un rifiuto sempre più esplicito di scelte unilaterali e di operazioni militari sostenute dall’amministrazione Trump che vengono percepite come in contrasto con il diritto internazionale.

Qui sta il punto politico, nudo e non negoziabile: diverse nazioni contestano azioni e metodi, non cambiano campo. Non diventano pro Iran. Non legittimano Teheran. Non assolvono un regime che resta, nei fatti, una dittatura repressiva, segnata da decenni di violenze interne, limitazioni sistematiche delle libertà e sostegno a reti armate e terroristiche nella regione.

Confondere queste due linee significa fare propaganda. E Pezeshkian lo sa.

Ma sarebbe altrettanto miope non vedere l’altra metà del problema. Le critiche internazionali non nascono nel vuoto. Nascono da una crescente inquietudine per una politica estera americana che, sotto Trump, ha spesso preferito la scorciatoia della forza alla fatica della diplomazia. Escalation, minacce esplicite, sostegno a operazioni militari controverse: è questo il contesto in cui si inseriscono le prese di posizione di molte capitali. Non una simpatia per Teheran, ma una sfiducia crescente verso l’uso disinvolto della potenza.

In mezzo a questo doppio scarto, tra unilateralismo americano e autoritarismo iraniano, si muove l’Europa. Ed è qui che emerge una differenza che non è solo tattica, ma culturale e storica. L’Europa, con tutte le sue contraddizioni, continua a rivendicare un principio semplice e radicale: le crisi internazionali devono essere governate dal diritto, non dalla forza.

È una posizione che la espone a critiche, a lentezze, a divisioni interne. Ma è anche ciò che la distingue sia dalle scelte muscolari di Washington sia dalla logica di potenza e repressione che definisce il sistema iraniano. L’Europa non è neutrale tra democrazia e autoritarismo. È, semmai, ancorata all’idea che anche la sicurezza debba passare per regole condivise, responsabilità e limiti.

Ecco perché il messaggio di Pezeshkian va letto per quello che è: un tentativo di capitalizzare un dissenso reale per piegarlo a una narrazione di convenienza. Ma la realtà è più scomoda e più netta. Le nazioni citate non stanno scegliendo Teheran. Stanno dicendo che alcune azioni dell’amministrazione Trump travalicano il perimetro del diritto internazionale.

Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva. Perché quando il diritto viene aggirato o reinterpretato a piacere, quando la forza diventa linguaggio ordinario, quando la guerra si trasforma in opzione politica tra le altre, il rischio non è solo l’escalation. È l’erosione stessa delle regole che tengono insieme la comunità internazionale.

Tra il unilateralismo aggressivo e la repressione autoritaria, la terza via è stretta, imperfetta, spesso frustrante. Ma è l’unica che non conduce al precipizio. E difenderla oggi significa rifiutare due illusioni opposte e speculari: che la forza possa sostituire il diritto, e che la propaganda possa riscrivere la realtà.

Non è una posizione comoda. È una posizione necessaria.

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