Il 25 aprile nasce dalla lotta partigiana contro il nazifascismo, dalla Resistenza popolare che liberò l’Italia dall’occupazione tedesca e dalla dittatura fascista. È la giornata della Liberazione, della rivolta antifascista, del sacrificio di donne e uomini che combatterono per un Paese libero. Per questo motivo vedere oggi sfilare bandiere dello Stato di Israele dentro i cortei del 25 aprile rappresenta non solo un errore storico, ma anche una forzatura politica sempre più insostenibile.
Nel 1945 Israele non esisteva. Lo Stato israeliano nascerà soltanto nel 1948. I partigiani italiani non combattevano per Israele, non morivano per difendere uno Stato mediorientale che ancora non era nato, ma per abbattere il fascismo, il razzismo e l’oppressione.
Trasformare il 25 aprile in una vetrina per uno Stato contemporaneo impegnato in guerre, occupazioni militari e pesantemente accusato a livello internazionale di violazioni dei diritti umani significa snaturare il significato profondo della Liberazione. La memoria della Resistenza non può essere piegata per legittimare governi contemporanei o conflitti geopolitici attuali.
Ancora più grave è l’idea, continuamente alimentata nel dibattito pubblico, che Israele rappresenti automaticamente tutti gli ebrei del mondo. Non è così. Gli ebrei non sono un blocco monolitico. Esistono ebrei antisionisti, ebrei pacifisti, ebrei che criticano duramente le politiche dei governi israeliani e che rifiutano che la loro identità venga usata come scudo politico.
Molti ebrei italiani furono antifascisti, partigiani, deportati, perseguitati dal regime fascista ben prima della nascita dello Stato di Israele. La loro memoria appartiene alla storia dell’antifascismo italiano, non alla propaganda di uno Stato contemporaneo.
Negli ultimi anni chiunque abbia criticato la presenza della bandiera israeliana nei cortei o abbia denunciato le violenze compiute dal governo israeliano contro il popolo palestinese è stato spesso accusato automaticamente di antisemitismo. Ma criticare uno Stato non significa odiare un popolo o una religione. Confondere antisionismo e antisemitismo è diventato troppo spesso uno strumento politico per mettere a tacere il dissenso.
Ed è dentro questo clima esasperato che maturano episodi sempre più inquietanti.
Il caso esploso a Roma durante le celebrazioni del 25 aprile ne è una dimostrazione drammatica. Secondo quanto riportato pubblicamente e ripreso da numerosi commentatori, un ragazzo di 21 anni avrebbe sparato con una pistola ad aria compressa contro manifestanti che indossavano il fazzoletto dell’ANPI, simbolo storico della Resistenza partigiana.
La vicenda ha avuto un impatto enorme anche per il profilo dell’aggressore, che avrebbe dichiarato di appartenere alla Brigata ebraica. Un fatto che ha alimentato un dibattito durissimo e che ha portato molti a interrogarsi sul clima di radicalizzazione e di fanatismo politico che si è sviluppato negli ultimi mesi.
Diversi esponenti del mondo ebraico critico verso il governo israeliano hanno denunciato da tempo l’esistenza di gruppi estremisti che, in nome della difesa di Israele, trasformano chiunque critichi le politiche israeliane in un nemico da colpire e intimidire. Alcuni hanno parlato apertamente di una deriva aggressiva e settaria che starebbe contaminando spazi che dovrebbero invece essere democratici e pluralisti.
La contraddizione simbolica di quanto accaduto ha colpito profondamente molti osservatori: un giovane ebreo che spara contro manifestanti legati all’ANPI, cioè a quell’eredità antifascista che vide anche tanti ebrei italiani combattere contro il nazismo e contro coloro che deportavano gli ebrei nei campi di sterminio.
Nello stesso momento, in altre città italiane esplodevano polemiche per la presenza delle bandiere israeliane nei cortei del 25 aprile. A Milano, ad esempio, la Brigata ebraica contestava l’allontanamento dal corteo di bandiere legate allo Stato israeliano. Per molti manifestanti antifascisti, però, quelle bandiere rappresentano oggi uno Stato accusato di occupazione militare, bombardamenti sui civili e violazioni del diritto internazionale.
Questo è il punto politico che tanti continuano a rimuovere: il rifiuto della bandiera israeliana nei cortei del 25 aprile non nasce necessariamente dall’odio verso gli ebrei, ma dalla contestazione delle politiche di uno Stato contemporaneo e dall’idea che la memoria della Resistenza non debba essere trasformata in uno spazio di propaganda geopolitica.
Quando ogni critica a Israele viene automaticamente etichettata come antisemitismo, il risultato rischia di essere devastante: si alimenta una spirale di tensione dove il confronto politico lascia spazio alla demonizzazione reciproca.
In questo 25 aprile, la presenza di bandiere dello Stato di Israele nei cortei e nelle manifestazioni antifasciste ha acceso polemiche durissime e spaccato profondamente il dibattito pubblico. In molte piazze si sono verificati scontri verbali, contestazioni e tensioni legate alla scelta di sfilare con il simbolo di uno Stato oggi associato, da una parte crescente dell’opinione pubblica, alle operazioni militari a Gaza e alle accuse di violazioni del diritto internazionale. Il punto centrale, però, è storico prima ancora che politico: nel 1945 Israele non esisteva ancora. Lo Stato di Israele sarebbe nato solo nel 1948, tre anni dopo la Liberazione dell’Italia. I partigiani italiani non combatterono per uno Stato che ancora non esisteva, ma contro il fascismo e il nazismo, per liberare il Paese dall’oppressione.
Associare automaticamente la memoria della Resistenza italiana allo Stato israeliano contemporaneo significa quindi creare una sovrapposizione storicamente impropria. La lotta partigiana fu una lotta universale contro il totalitarismo, non l’anticipazione di conflitti geopolitici odierni.
C’è poi un altro elemento fondamentale che troppo spesso viene ignorato: Israele non rappresenta tutti gli ebrei del mondo. L’identità ebraica è plurale, complessa, attraversata da culture, tradizioni e visioni politiche differenti. Esistono ebrei che sostengono le politiche del governo israeliano, altri che le criticano duramente, altri ancora che rifiutano l’idea che uno Stato possa parlare a nome di un intero popolo o di una religione.
Ridurre ogni ebreo a Israele significa cancellare questa pluralità. Significa anche ignorare la lunga storia dell’ebraismo europeo, italiano e antifascista, che esisteva molto prima della nascita dello Stato israeliano. Molti ebrei italiani parteciparono alla Resistenza e combatterono contro il nazifascismo come antifascisti, come cittadini italiani, come esseri umani che si opponevano alla barbarie.
Per questo motivo, criticare la presenza di simboli statali contemporanei nei cortei del 25 aprile non equivale automaticamente ad antisemitismo. L’antisemitismo è odio verso gli ebrei in quanto ebrei, ed è una piaga reale che va combattuta senza esitazioni. Ma confondere ogni critica politica verso uno Stato con l’odio antiebraico rischia di svuotare di significato la lotta contro il vero antisemitismo.
Le tensioni esplose negli ultimi mesi mostrano quanto il clima sia diventato incandescente. Le discussioni attorno alla presenza della Brigata ebraica nei cortei, le accuse reciproche, gli episodi di aggressione e violenza verbale hanno trasformato celebrazioni nate per ricordare la liberazione dal fascismo in arene di scontro ideologico.
In questo contesto si inserisce anche il grave episodio avvenuto a Roma durante le celebrazioni del 25 aprile, dove un giovane avrebbe sparato con una pistola ad aria compressa contro alcuni manifestanti che indossavano simboli legati all’ANPI. Un fatto inquietante, da condannare senza ambiguità, perché ogni gesto di violenza politica rappresenta una ferita alla memoria stessa della Resistenza.
Le reazioni pubbliche successive hanno mostrato ancora una volta quanto il dibattito sia polarizzato. Alcuni commentatori hanno sostenuto che questo episodio dimostrerebbe i rischi di un clima esasperato, in cui il dissenso politico viene trasformato in ostilità assoluta. Altri hanno ribadito che nessuna tensione politica può mai giustificare aggressioni o intimidazioni.
La memoria del 25 aprile dovrebbe invece insegnare il contrario: che la democrazia si difende con il confronto, non con la violenza; con la partecipazione, non con le intimidazioni.
Forse oggi più che mai servirebbe riportare il 25 aprile alla sua essenza originaria. Non una passerella di bandiere statali contemporanee, non un campo di battaglia simbolico tra opposte tifoserie geopolitiche, ma una giornata dedicata a chi combatté contro il fascismo e per la libertà.
La Resistenza italiana appartiene a tutti coloro che credono nella democrazia, nei diritti e nell’antifascismo. E proprio per questo non dovrebbe essere piegata alle divisioni del presente.
Le bandiere che davvero parlano il linguaggio del 25 aprile sono quelle della Liberazione, dell’antifascismo, della pace e della dignità umana. Tutto il resto rischia di diventare rumore che copre la memoria.






