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Trump vuole ritirare le truppe Usa dall’Italia? Per me sarebbe l’inizio di una liberazione

Lo dico senza giri di parole: Get out of my fucking way… se davvero Donald Trump sta pensando di ritirare parte o tutte le truppe americane dall’Italia, per quanto mi riguarda questa notizia non mi spaventa affatto. La considero un’occasione storica per iniziare a riflettere seriamente su cosa significhi, nel 2026, avere ancora basi e soldati stranieri disseminati sul nostro territorio.

Secondo quanto riportato da diversi giornali, Trump avrebbe dichiarato di stare “ancora prendendo in considerazione” lo spostamento di truppe Usa dalle basi italiane, aggiungendo parole che personalmente trovo offensive verso il nostro Paese: “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei”.

E allora la domanda diventa inevitabile: l’Italia è davvero un alleato oppure viene trattata come una dependance militare?

Io non ho mai vissuto serenamente la presenza massiccia di soldati americani in Italia. Non per antiamericanismo da bar dello sport, ma per una questione politica, storica e perfino morale. Le basi americane hanno spesso trascinato con sé zone d’ombra, privilegi, incidenti, tensioni diplomatiche e una sensazione sgradevole: quella di un Paese che ospita, subisce e raramente decide.

Il caso del Cermis resta una ferita aperta. Il 3 febbraio 1998 un aereo militare statunitense partito da Aviano tranciò i cavi della funivia, provocando venti morti. I militari furono processati negli Stati Uniti e assolti dalle accuse principali, mentre vennero poi puniti per la distruzione del video di bordo. Per molti italiani quella vicenda è diventata il simbolo di una giustizia arrivata zoppa, con il passo pesante della diplomazia addosso.

E non c’è solo il Cermis. Nel tempo sono emersi episodi di cronaca che hanno coinvolto militari statunitensi di stanza in Italia anche in casi di violenza sessuale o presunta violenza sessuale. A Vicenza, attorno alla Caserma Ederle, alcune vicende hanno riguardato accuse gravissime contro soldati americani: denunce, indagini, procedure per stupro, perquisizioni, sequestri, procedimenti che in alcuni casi hanno sollevato il tema delicatissimo della giurisdizione tra Italia e Stati Uniti.

Non sto dicendo che ogni militare americano sia colpevole. Sarebbe una generalizzazione ingiusta. Ma sto dicendo che quando un soldato straniero commette o è accusato di commettere un reato sul nostro territorio, il cittadino italiano ha diritto a una giustizia limpida, visibile, comprensibile. E invece troppo spesso ci si ritrova davanti a un labirinto di accordi NATO, competenze condivise, procedimenti militari, trasferimenti e diplomazie silenziose.

Anche attorno ad Aviano e Sigonella, nel corso degli anni, si è consolidata una percezione difficile da ignorare: quella di una immunità di fatto, non sempre giuridica, ma politica, ambientale, diplomatica. Una specie di nebbia istituzionale dove tutto diventa più lento, più complicato, più distante dal cittadino comune.

Poi c’è Ustica. E qui bisogna essere seri. La strage del 27 giugno 1980, con il DC-9 Itavia precipitato e 81 persone morte, non può essere liquidata in due righe. La verità giudiziaria definitiva sugli autori non è mai arrivata, ma negli anni sono state esaminate tesi che parlano della presenza di altri aerei, di uno scenario militare, di un possibile combattimento nei cieli e di depistaggi. La sentenza-ordinanza del giudice Rosario Priore dichiarò il non doversi procedere per il delitto di strage perché gli autori erano ignoti, ma il caso resta uno dei grandi buchi neri della Repubblica. Esistono tesi, ricostruzioni giornalistiche e ipotesi che hanno chiamato in causa anche apparati militari occidentali, compresi americani e NATO. Non sono verità processuali definitive, ma fanno parte di quel grande archivio di sospetti che accompagna la presenza militare straniera in Italia. E anche quando una tesi non diventa sentenza, può comunque raccontare una cosa: il livello di opacità che ha circondato per decenni pezzi fondamentali della nostra storia nazionale.

Per questo le parole di Trump mi colpiscono ma non mi sorprendono. Trump rappresenta una certa idea del potere: muscolare, volgare, arrogante, abituata a trattare gli alleati come clienti morosi. Quando dice che “l’Italia non c’era”, sembra dimenticare che l’Italia ha ospitato basi, uomini, mezzi, servitù militari e pezzi di strategia americana per decenni.

E allora sì: se Trump vuole davvero ritirare truppe dall’Italia, io la vedo come un’occasione. Non per odiare il popolo americano, ma per liberarci da una sudditanza storica. Per rimettere al centro la sovranità italiana. Per chiederci se vogliamo essere un Paese alleato o un territorio concesso in uso.

Forse è arrivato il momento di guardare quelle basi non come presidi intoccabili, ma come cicatrici geopolitiche. Alcune visibili, altre nascoste sotto la pelle della Repubblica.

E se da Washington arriva una minaccia, io ci vedo quasi una porta socchiusa. Sta a noi decidere se avere paura… o finalmente attraversarla.

Gianni Leone, fondatore
Gianni Leone, fondatorehttps://gkarloff.art/
Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.

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