C’è un’immagine più di tutte che racconta l’orrore di questa vicenda. Un sacco abbandonato ad Alfedena, pieno di carne presumibilmente avvelenata, lasciato in mezzo a una terra che dovrebbe essere simbolo di natura, tutela e convivenza tra uomo e fauna selvatica. Non un dettaglio marginale. Non un episodio qualunque. Ma forse una chiave per comprendere una storia molto più grande, più oscura e più inquietante.
Perché la morte di 22 lupi appenninici, insieme a volpi e poiane tra Pescasseroli, Bisegna, Alfedena, Barrea e Corcumello, non sembra il frutto della follia isolata di qualcuno. Troppi animali, troppa organizzazione, troppo veleno disseminato nei luoghi giusti. La sensazione, sempre più forte, è che dietro questa strage possa esserci qualcosa che va oltre il semplice odio verso i predatori.
La Procura della Repubblica di Sulmona sta scavando in profondità e tra le ipotesi investigative compare quella della cosiddetta mafia dei pascoli, un sistema già emerso in diverse aree montane italiane e legato alla gestione dei terreni agro-pastorali, ai contributi pubblici e al controllo economico delle aree rurali.
Una parola pesante, mafia. Ma che descrive un meccanismo preciso: ottenere o controllare terreni significa spesso accedere ai fondi della Politica Agricola Comune, contributi europei che possono trasformare ettari di montagna in un flusso di denaro considerevole. Più pascoli si gestiscono, più soldi si intercettano. E quando i terreni diventano moneta, il confine tra economia legittima e pressione opaca rischia di diventare pericolosamente sottile.
Secondo indiscrezioni, soggetti provenienti da fuori regione avrebbero mostrato interesse nell’acquisizione di alcuni terreni dell’area, trovando però il diniego delle amministrazioni locali. È qui che l’inchiesta assume contorni ancora più delicati. Se confermata, la pista della mafia dei terreni potrebbe cambiare completamente la lettura della vicenda.
E allora quel sacco trovato ad Alfedena acquista un significato diverso.
Non sarebbe soltanto la prova materiale di un avvelenamento. Potrebbe diventare il simbolo concreto di un messaggio. Perché se l’obiettivo fosse davvero quello di piegare il territorio a determinati interessi, eliminare i lupi potrebbe rappresentare molto più di un atto crudele contro la fauna. Potrebbe essere una dimostrazione di forza. Una firma lasciata sul territorio. Un modo per affermare presenza, controllo, intimidazione.
La carne contaminata, abbandonata lungo i percorsi della fauna, smette così di essere solo un’esca mortale e diventa il linguaggio sporco di chi considera la montagna una proprietà da occupare e sfruttare.
Fa paura anche soltanto pensarlo.
Perché il lupo, in questa storia, rischia di diventare il bersaglio visibile di una guerra invisibile. Una guerra fatta di pascoli, concessioni, indennizzi, interessi economici e gestione del territorio.
Gli investigatori starebbero valutando anche il possibile ritorno di pratiche illegali che qualcuno, in passato, chiamava con inquietante normalità “pulizie di primavera”. Espressione quasi innocente dietro cui si nascondeva una realtà brutale: eliminare predatori e fauna selvatica prima della monticazione del bestiame. Una cultura antica, figlia di tempi diversi, che però oggi non può avere alcuna giustificazione.
Il lupo appenninico non è un intruso. È parte integrante dell’ecosistema del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. È simbolo di equilibrio naturale. È patrimonio collettivo. Chi avvelena un lupo non colpisce soltanto un animale: colpisce una catena ecologica intera, mette a rischio altre specie, contamina il territorio e mina il lavoro di chi difende legalità e biodiversità.
Anche perché il veleno non sceglie. Uccide tutto ciò che incontra. Le analisi tossicologiche eseguite tra Pescasseroli e Alfedena avrebbero individuato nei fitofarmaci l’arma del delitto: prodotti agricoli relativamente facili da reperire, ma devastanti se ingeriti. Bocconi preparati con attenzione, inseriti in sacchetti di plastica e lasciati sul territorio con un livello di precisione che difficilmente lascia spazio all’improvvisazione.
Ora proprio quei sacchetti potrebbero raccontare molto. Impronte, tracce biologiche, residui microscopici: gli inquirenti sperano che da lì possa emergere finalmente un volto, un nome, un responsabile.
Nel frattempo i carabinieri hanno acquisito documentazione nella sede del Parco. La lente della Procura si starebbe concentrando sulle attività degli ultimi due anni, con particolare attenzione alla concessione di aree, agli indennizzi e alla gestione dei terreni agro-pastorali. Carte che potrebbero aiutare a comprendere se dietro questa scia di morte esista davvero una rete di interessi più vasta.
Ed è giusto chiarirlo con forza: gli allevatori e gli agricoltori onesti non possono essere confusi con chi distrugge. Sono proprio loro, spesso, i primi a subire danni da sistemi opachi che alterano le regole e gettano ombre su un settore fatto anche di sacrificio, tradizione e rispetto della montagna.
L’associazione ambientalista Salviamo l’Orso parla apertamente di una possibile strategia criminale e coordinata contro il Parco, accusato di applicare e far rispettare norme di tutela ambientale considerate da qualcuno troppo rigide. Un’ipotesi forte, che naturalmente dovrà trovare eventuali conferme investigative, ma che fotografa un clima pesante.
Intanto quindici uomini tra forze dell’ordine e guardie del Parco continuano a controllare il territorio, cercando nuove esche e provando a fermare una mano che potrebbe non essersi ancora fermata.
Questa vicenda riguarda i lupi, certo. Ma riguarda anche qualcosa di più grande. Riguarda la scelta tra legalità e sopraffazione. Tra tutela e sfruttamento. Tra chi vede nella montagna una casa da custodire e chi invece soltanto un affare da conquistare.
Perché se davvero dietro quei bocconi avvelenati dovesse nascondersi la mafia dei pascoli, allora non saremmo davanti soltanto a un caso di bracconaggio. Saremmo davanti a un attacco al territorio stesso, alla sua libertà e alla sua dignità. E quel sacco pieno di carne trovato ad Alfedena smetterebbe di essere un semplice reperto investigativo.
Diventerebbe il simbolo di una domanda terribile: chi sta provando a mettere il veleno nel futuro della montagna?






