C’è un momento, nel video diffuso dal Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, in cui l’orsa si ferma. Si volta. Guarda verso i fari dell’auto che la insegue. Dietro di lei, il suo cucciolo, impaurito e stremato. È una scena che dura pochi secondi, ma basta a raccontare tutto: la paura, l’istinto di protezione, la disperazione di una madre che tenta di salvare la sua creatura.
Un uomo, al volante, riprende tutto. Forse per gioco, forse per mostrare qualcosa sui social. Ma quella corsa inutile, crudele, disumana, è costata a lui una denuncia da parte dei Carabinieri forestali di Isernia. E a noi tutti, un pugno nello stomaco.
Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm) ha scelto di pubblicare le immagini, accompagnandole con parole che suonano come un monito: “Il video è cruento, ma necessario per capire il livello di stress e di pericolo a cui vengono sottoposti gli animali selvatici. Dalle immagini traspare tutta la paura e la rabbia della mamma orsa.” Una rabbia che è difesa, istinto, amore.
Non è la prima volta che accade. Solo pochi mesi fa, un altro uomo era finito a processo per aver inseguito l’orsa Bambina e il suo piccolo a Roccaraso. Due storie diverse, stesso copione. Lo stesso vuoto di empatia, la stessa incapacità di riconoscere la sacralità di una vita che non ci appartiene.
Il Pnalm parla di “deficit culturale”, ma in fondo la parola giusta è un’altra: disconnessione. Siamo sempre più lontani dal mondo naturale, tanto da non riconoscere più il limite tra curiosità e sopraffazione. I social amplificano questa distanza, trasformando la sofferenza in spettacolo e la paura in contenuto da condividere.
Eppure, guardando quel video, è impossibile non sentirsi coinvolti. Perché l’orsa non è solo un animale impaurito, è un simbolo. È la natura che fugge da noi, che ci chiede spazio e rispetto. È una madre che ci mostra, nel suo istinto, qualcosa che abbiamo dimenticato: la capacità di provare empatia.
“Se non riusciamo a provare empatia per una madre orsa che tenta di salvare il suo cucciolo”, scrive ancora il Parco, “forse è il momento di chiederci cosa resta della nostra umanità.”
E allora la domanda, oggi, è questa: cosa ci resta davvero? Forse la possibilità di fermarci, di smettere di inseguire, di guardare con occhi diversi. Perché il rispetto non nasce dalle regole, ma dallo stupore. Da quella silenziosa consapevolezza che ogni vita, anche la più distante dalla nostra, merita di essere lasciata in pace.
