Ancora una volta Donald Trump supera il limite condividendo sui social un’immagine che ritrae Michelle Obama e Barack Obama come scimmie. Un contenuto cancellato in fretta, dopo l’ondata di indignazione pubblica. Ma il danno era ormai fatto.

La Casa Bianca ha provato a spegnere l’incendio liquidando tutto come una “parodia”. Una spiegazione debole, miope e di fatto complice di fronte a un’immagine che richiama uno dei più vecchi e tossici stereotipi razzisti della storia occidentale.

Rappresentare le persone di colore come scimmie non è una “battuta”. È un linguaggio visivo che affonda le radici nel colonialismo e nella segregazione, usato per decenni per disumanizzare i neri, giustificare discriminazioni, violenze e politiche di esclusione. Dai manifesti propagandistici dell’Ottocento alle caricature dell’era Jim Crow, le leggi statali e locali che negli Stati Uniti, soprattutto nel Sud, imposero la segregazione razziale tra il 1877 e il 1964, questo immaginario è sempre stato uno strumento di potere: trasformare esseri umani in animali per renderli meno degni di rispetto.

Che tutto questo riemerga oggi, amplificato dai social e rilanciato sulla pelle di un ex presidente degli Stati Uniti, è un segnale inquietante. Non si tratta solo di una provocazione personale: è l’ennesima dimostrazione di come il razzismo possa essere normalizzato, mascherato da ironia e poi archiviato con un semplice “era uno scherzo”.

Il post è sparito, ma il messaggio resta. E resta anche la domanda più scomoda: quanto ancora l’America tollererà che Trump “giochi” con simboli di odio, sapendo perfettamente cosa rappresentano? Quante volte ancora, in forme diverse, la dignità degli esseri umani e la libertà verranno calpestate da un’amministrazione che continua a flirtare con il disprezzo e la disumanizzazione?

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.