Chiamarli return hubs non cambia la sostanza. Si può ammorbidire il lessico, ripulire la formula, impacchettare tutto con il linguaggio burocratico di Bruxelles, ma il significato resta identico: l’Unione europea sta normalizzando la logica delle deportazioni.
Con il voto del 26 marzo, il Parlamento europeo ha approvato la propria posizione sul nuovo regolamento rimpatri con 389 voti favorevoli, 206 contrari e 32 astensioni. Una maggioranza larga, politica prima ancora che numerica, che segna uno slittamento ormai evidente: una parte consistente dell’Europa istituzionale sta adottando strumenti e principi che fino a poco tempo fa sarebbero stati denunciati come incompatibili con i valori fondativi dell’Unione.
A festeggiare sono stati il PPE e i gruppi dell’estrema destra, uniti da una convergenza che non appare più episodica ma strutturale. E non è secondario che a questa alleanza si siano aggiunti anche alcuni eurodeputati liberali e socialisti. Perché quando su temi così delicati il confine politico si sfuma, il problema diventa ancora più grave: non è più solo la destra radicale a spingere, è il centro europeo che si adatta, rincorre, assorbe e finisce per legittimare.
Le parole pronunciate dopo il voto sono state chiarissime. Da una parte il PPE ha parlato di “punto di svolta”. Dall’altra, il gruppo sovranista ha esultato dicendo apertamente che “l’era delle deportazioni è iniziata”. Ed è forse proprio questo l’aspetto più inquietante: non c’è neppure più il pudore di mascherare l’impianto politico del provvedimento. Lo si rivendica, lo si celebra, lo si presenta come una vittoria culturale.
Il cuore della questione sta nell’istituzionalizzazione dei centri di deportazione in Paesi terzi per migranti irregolari. Che poi li si voglia chiamare con un inglese neutro e anodino conta poco. La sostanza è che l’Europa, invece di affrontare il nodo migratorio con serietà, responsabilità e una visione comune, sceglie ancora una volta la scorciatoia dell’allontanamento fisico e morale: spostare il problema fuori dai propri confini, lontano dagli occhi, lontano dal diritto, lontano dalla coscienza pubblica.
È la stessa logica che ha già mostrato il suo volto in altre esperienze internazionali: esternalizzare, confinare, respingere, rendere opaco il destino delle persone. Una politica che piace perché dà l’illusione del controllo, ma che in realtà certifica soltanto il fallimento dell’Europa nel governare il fenomeno migratorio senza tradire sé stessa.
Le critiche delle organizzazioni per i diritti umani non sorprendono affatto. Il timore è che si stia consolidando una deriva fatta di norme sempre più dure, procedure sempre più sbilanciate e tutele sempre più fragili. E non è difficile capirne il motivo. Quando il dibattito si sposta dal terreno dei diritti a quello della deterrenza assoluta, il rischio è che il migrante smetta di essere una persona e diventi soltanto un problema logistico da rimuovere.
Il passaggio più rivelatore, però, è forse un altro: i negoziati sono partiti immediatamente, quasi con automatismo, come se si trattasse di una pratica da chiudere in fretta. Il messaggio politico è chiaro: non siamo davanti a uno scivolone momentaneo, ma a una direzione precisa. Entro giugno si punta a chiudere tutto.
E allora la domanda vera è una sola: che Europa sta nascendo? Quella che si riempie la bocca di diritti, dignità e legalità, oppure quella che, sotto pressione elettorale e culturale, finisce per importare modelli che fino a ieri attribuiva agli altri? Perché se la risposta alla complessità migratoria è copiare i peggiori riflessi della politica securitaria, allora non siamo davanti a una soluzione. Siamo davanti a una resa.
L’Unione europea avrebbe avuto bisogno di coraggio politico, di riforme serie, di canali legali, di cooperazione reale, di un sistema comune capace di tenere insieme umanità e governo dei flussi. Ha scelto invece la strada più facile da vendere e più pericolosa da normalizzare.
E quando una democrazia comincia a considerare accettabile ciò che fino a poco prima giudicava indegno, il problema non riguarda più soltanto i migranti. Riguarda la qualità morale e politica dell’Europa stessa.






