Ci sono episodi che vanno oltre la cronaca e diventano il simbolo di una deriva. Il blocco imposto da Israele al cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, mentre cercava di entrare al Santo Sepolcro per una celebrazione privata della Domenica delle Palme, appartiene esattamente a questa categoria.
Non si tratta di un semplice “incidente”, come qualcuno ha provato a definirlo in seguito. Non basta una telefonata di scuse a cancellare la gravità di quanto accaduto. Qui siamo di fronte a un fatto che colpisce uno dei luoghi più sacri della cristianità e che aggiunge un nuovo tassello a un quadro sempre più inquietante: quello di una compressione continua dei diritti, che in questo caso investe direttamente la libertà di culto.
Il punto è proprio questo. Non era una manifestazione politica, non era un corteo, non era una provocazione. Era una visita privata, in piena Settimana Santa, da parte della più alta autorità cattolica latina di Gerusalemme. Impedire anche questo significa superare una soglia molto seria, perché vuol dire colpire non solo una persona, ma il diritto stesso di pregare, celebrare, accedere ai luoghi santi secondo le proprie tradizioni religiose.
Il Patriarcato ha parlato di misura irragionevole e sproporzionata. Ed è difficile non essere d’accordo. Perché quando la sicurezza diventa la formula buona per giustificare tutto, allora il rischio è che diventi anche il pretesto perfetto per svuotare diritti fondamentali. E tra questi, la libertà religiosa è uno dei più delicati e inviolabili.
In questa vicenda colpisce anche un altro aspetto: il Santo Sepolcro non è un luogo qualsiasi. È uno dei simboli universali del cristianesimo. Fermare proprio lì Pizzaballa, in uno dei momenti più importanti dell’anno liturgico, significa mandare un messaggio devastante. Significa dire che persino la preghiera può essere subordinata all’arbitrio del potere. E questo, per chiunque abbia a cuore il diritto, la convivenza e il rispetto tra fedi, non può essere normalizzato.
Le reazioni indignate arrivate da più parti sono comprensibili e doverose. Ma il nodo vero resta politico e morale: non siamo davanti a un dettaglio organizzativo, bensì a un’ulteriore violazione di diritti, che colpisce in modo diretto il culto cristiano a Gerusalemme. E proprio per questo la vicenda non può essere archiviata con una formula diplomatica o con un generico richiamo all’ordine pubblico.
Quando si ostacola l’accesso a un luogo santo, quando si limita una celebrazione religiosa, quando si costringe una comunità di fedeli a vivere i propri riti sotto restrizione e sospetto, si entra in un terreno gravissimo. Non è più solo una questione di sicurezza. È una questione di libertà negata.
E forse è questo il punto che va detto con più chiarezza: quanto accaduto a Pizzaballa non è un episodio isolato da minimizzare, ma l’ennesimo segnale di un clima in cui anche i diritti più basilari rischiano di essere compressi. Stavolta, a essere colpita, è stata la libertà di culto. E non dovrebbe mai accadere, tanto meno in un luogo che per milioni di persone rappresenta il cuore stesso della fede.






