Le parole di Benyamin Netanyahu contro l’Unione Europea colpiscono non solo per il tono aggressivo, ma per il paradosso politico e morale che contengono. Definire un “fallimento morale” la decisione dell’Ue di sanzionare coloni israeliani coinvolti in violenze in Cisgiordania appare come un clamoroso ribaltamento della realtà.
Il premier israeliano sostiene che Israele e Stati Uniti starebbero “facendo il lavoro sporco dell’Europa” contro il jihadismo, accusando Bruxelles di equiparare cittadini israeliani ai terroristi di Hamas. Ma il punto è un altro: l’Europa non ha sanzionato un’identità religiosa o nazionale, bensì comportamenti ritenuti incompatibili con il diritto internazionale nei territori occupati.
Nessuno può negare il diritto di Israele alla sicurezza né dimenticare gli orrori compiuti da Hamas. Ma proprio uno Stato democratico dovrebbe essere giudicato dalla capacità di rispettare limiti e regole anche nei momenti più drammatici. Le colonie in Cisgiordania continuano a essere considerate illegali dalla gran parte della comunità internazionale, mentre le accuse di uso sproporzionato della forza contro il governo israeliano crescono da mesi.
Per questo le accuse di Netanyahu all’Europa suonano stonate. La legalità internazionale non può essere invocata solo quando conviene o pretesa soltanto dagli avversari. Vale per tutti, anche per chi si considera baluardo dell’Occidente. Ed è forse qui il vero capovolgimento morale: accusare altri di debolezza etica mentre si ignorano le regole che si chiedono al resto del mondo.






