Ci sono album che non nascono per intrattenere, ma per testimoniare. Canzoni di Rabbia e di Guerra, il nuovo lavoro di Gerardo Balestrieri, appartiene a questa categoria: un progetto pensato come gesto artistico e civile, nato da un’urgenza espressiva che non concede tregua. È musica che non chiede di piacere, ma di essere ascoltata, accolta, compresa.
Balestrieri, cantautore di radici napoletane e da tempo legato alla scena veneziana, affronta temi crudi e collettivi senza la volontà di schierarsi sotto una bandiera. «Avrei voluto cantare l’allegria, la festa e l’abbondanza» scrive nella sua introduzione, «e invece non è tempo». La scrittura nasce dalle macerie reali e metaforiche, dall’angoscia, dai segni della devastazione e da ciò che viene taciuto. Non cerca nomi né responsabili, ma indaga le dinamiche del potere e le conseguenze che ricadono su chi le subisce.
Gli otto brani si muovono tra rock d’autore, radici blues, suggestioni punk ed echi mediterranei, alternando impeti sonori e aperture più intime come una ballad sospesa e un valzer elettrico. Pur definito dall’autore come un disco “istantaneo”, la cura della produzione è evidente: quindici musicisti contribuiscono a costruire una trama sonora corale, guidata dalla direzione artistica di Balestrieri. Tra le collaborazioni spicca Pierpaolo Capovilla, che presta voce e parole al brano d’apertura 50mila morti, aggiungendo una stratificazione poetica e politica ulteriore.
In un panorama dominato dalla fruizione digitale e dalla leggerezza del consumo, Canzoni di Rabbia e di Guerra sceglie la via opposta: niente streaming, solo formato fisico. Una scelta che rispecchia il peso dei temi affrontati e la necessità di restituire all’ascolto una dimensione tangibile, non transitiva. Il disco è disponibile nei negozi e negli store dedicati, mentre l’artista resta a disposizione per incontri e interviste, con l’obiettivo di mantenere vivo un dialogo culturale più ampio.
