La guerra a Gaza continua a riversare instabilità anche oltre la Striscia, e la Cisgiordania ne sta pagando il prezzo più alto. Nella notte, un gruppo di coloni israeliani ha incendiato la moschea del villaggio palestinese di Kifl Hares, vicino ad Ariel, lasciando scritte intimidatorie rivolte al capo del Comando centrale dell’Idf, Avi Blot. Le immagini circolate sui media israeliani mostrano gravi danni: pareti annerite, stanze devastate e copie del Corano ridotte in cenere.
Non si è trattato di un episodio isolato. Da settimane in Cisgiordania si registra un crescendo di aggressioni: veicoli dati alle fiamme, incursioni nei villaggi, pestaggi e intimidazioni. Località come Beit Lid e Deir Sharaf sono state prese di mira ripetutamente, mentre le tensioni tra residenti palestinesi e gruppi estremisti israeliani continuano ad aumentare con scarso controllo da parte delle autorità.
Nel frattempo, a Gaza, Hamas e Jihad Islamica hanno annunciato che consegneranno a breve la salma di un ostaggio rinvenuta a nord di Khan Yunis. È uno dei quattro corpi che il movimento deve ancora restituire a Israele secondo gli accordi del cessate il fuoco. Il quadro rimane tragico: la guerra ha lasciato un numero imprecisato di morti, feriti e dispersi, mentre le famiglie degli ostaggi vivono sospese tra speranza e angoscia.
Sul piano internazionale cresce l’allarme. Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha puntato il dito contro Israele dopo numerose segnalazioni di maltrattamenti inflitti a detenuti palestinesi. Accuse analoghe sono state rivolte ad Hamas per il trattamento degli ostaggi. In mezzo a queste denunce c’è l’ennesima conferma che civili e prigionieri restano i veri bersagli di un conflitto che ha superato ogni limite di umanità.
Secondo fonti israeliane, gli Stati Uniti starebbero valutando la costruzione di una grande base militare in Israele per supportare le operazioni delle forze internazionali incaricate di monitorare la tregua nella Striscia. Un segnale che la comunità internazionale si prepara a un coinvolgimento più profondo e duraturo.
Anche l’Italia potrebbe avere un ruolo nel dopo-guerra. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che il contributo italiano “sarà importante”, lasciando aperta la possibilità di una partecipazione in attività di formazione della futura polizia palestinese.
Mentre diplomazie e governi discutono scenari e interventi, sul terreno la realtà resta durissima. Le comunità palestinesi della Cisgiordania vivono nell’incertezza quotidiana e sotto la minaccia crescente dei coloni più radicali. A Gaza, intere famiglie cercano i loro cari tra le macerie, oppure attendono che venga restituito almeno un corpo da seppellire.
Ogni nuovo episodio, ogni incendio, ogni vittima sembra allontanare ancora di più il ritorno alla normalità. La domanda che resta sospesa è sempre la stessa: quanto potrà durare ancora questa spirale, prima che qualcuno trovi finalmente il coraggio di fermarla?
