La maxi-operazione antidroga annunciata dall’amministrazione Trump come un colpo micidiale al cartello di Sinaloa si sta rivelando, secondo un’inchiesta del Boston Globe, molto più propaganda che realtà.
Dietro ai numeri trionfali – 171 “membri di alto rango” arrestati solo nel New England – si nasconde infatti un quadro molto diverso: non boss della droga, non emissari del cartello, ma soprattutto tossicodipendenti, piccoli spacciatori, senza tetto e persone con accuse minori.

La scena iniziale sembrava quella di un film d’azione: agenti federali armati, granate stordenti, porte sfondate in una tranquilla cittadina del New Hampshire. Poche ore dopo, la DEA dichiarava di aver colpito duramente il cartello messicano più potente al mondo.
Ma secondo mesi di verifiche, documenti giudiziari, richieste FOIA e interviste condotte dai giornalisti dello Spotlight Team, la verità è molto più semplice e molto meno eroica: la grande retata presentata come un attacco diretto all’organizzazione di Sinaloa è stata, in larga parte, una retata contro persone fragili, spesso dipendenti dal fentanyl, non soldati del narcotraffico internazionale.

Molti degli arrestati sono stati rilasciati immediatamente. Altri non avevano neppure a che fare con la droga. Qualcuno era accusato di taccheggio, altri vivevano in tende lungo il fiume, altri ancora lottavano da anni contro la dipendenza.
E quando i giornalisti hanno informato gli avvocati che la DEA descriveva i loro clienti come parte di un cartello messicano, quasi tutti gli avvocati sono caduti dalle nuvole: in tribunale quelle accuse non erano mai state presentate.

Anche figure di spicco della DEA del passato sono state critiche.
Mike Vigil, ex capo delle operazioni internazionali, non ha usato giri di parole: «Se avessero preso anche solo un membro di medio livello del cartello, lo avrebbero annunciato. Non ne hanno preso nemmeno uno».

Le forze dell’ordine locali, che avevano collaborato ai raid, si sono dette sconcertate. Il capo della polizia di Franklin ha definito la narrazione “una presa in giro”. Il capo della polizia di Lawrence ha dichiarato di non avere alcuna prova del fatto che la sua città fosse un “centro operativo del cartello”.

Gli esperti di criminalità organizzata spiegano che i cartelli non inviano capi o luogotenenti a gestire i traffici nei piccoli centri americani. Le droghe arrivano tramite una lunga catena di intermediari, e i consumatori finali raramente hanno qualunque contatto con i livelli più alti dell’organizzazione.
Non sorprende quindi che molti degli arrestati – persone spesso note nei quartieri, o con lunghi trascorsi di dipendenza – non avessero nulla di straordinario. «Siamo solo tossicodipendenti», ha detto uno degli imputati. «Come si chiama di nuovo il cartello?».

L’episodio si inserisce in una più ampia strategia dell’amministrazione Trump, che ha deciso di fondere la “guerra alla droga” con il linguaggio e le logiche della “guerra al terrorismo”.
La designazione del cartello di Sinaloa come organizzazione terroristica ha aperto la porta all’uso della forza letale senza processo, e allo stesso tempo ha permesso alla DEA di presentare operazioni ordinarie come parte di un conflitto globale.

Per il professor Victor Hansen della New England Law School, tutto questo non è casuale: «È allarmismo per le peggiori ragioni. Se tutto diventa terrorismo, allora tutto giustifica misure eccezionali».

Il risultato è un grande paradosso: mentre il governo americano rivendica di aver catturato centinaia di criminali di alto livello, le prove mostrano che il cartello di Sinaloa probabilmente non sa nemmeno chi siano la maggior parte degli arrestati.
Ma nel frattempo, quelle stesse persone – fragile popolazione colpita dalla crisi degli oppioidi – sono state etichettate come terroristi e narcotrafficanti, diventando materia di propaganda politica.

Un’operazione presentata come un colpo al cuore del narcotraffico internazionale si è rivelata soprattutto un colpo all’onestà dell’informazione. E solleva una domanda cruciale: quanto allarmismo siamo disposti ad accettare in nome della sicurezza?