Con I Mastri, Daniele De Michele firma un film che è molto più di un documentario: è un atto d’amore verso chi custodisce ancora il sapere antico delle mani. Dopo I Villani e Naviganti, il regista torna a raccontare l’Italia più autentica, quella che sopravvive al tempo, ai modelli di consumo, all’omologazione.
Per dieci anni De Michele ha attraversato la penisola incontrando uomini e donne che continuano a modellare la materia come se fosse una lingua sacra. Ne emergono sei ritratti di artigiani che trasformano terra, legno, vetro e pietra in opere vive: due alabastrai di Volterra, una giovane liutaia napoletana, una coppia di artigiani romagnoli che costruiscono teglie di argilla, un costruttore di tamburi alle pendici del Vesuvio, un ragazzo senegalese che soffia il vetro a Murano, un maestro d’ascia veneziano.
Attraverso la fotografia essenziale di Mario Bucci e il montaggio di Paolo Turla, I Mastri diventa una sinfonia di gesti ripetuti, rituali, quasi liturgici. Ogni colpo di scalpello o di martello racconta una storia di resistenza, di tempo che si piega ma non si spezza. De Michele osserva i suoi protagonisti con rispetto e curiosità antropologica, restituendo un’Italia che non è nostalgia, ma identità viva.
La metafora del film è la Fòcara di Novoli, la montagna di tralci che ogni anno prende fuoco in Salento come rito propiziatorio. Lì si compie la parabola del mastro: costruire sapendo che tutto brucerà, ma farlo comunque, perché il senso non è nel risultato, ma nel gesto stesso, nella trasmissione del sapere.
I Mastri è un film sul tempo, sulla libertà e sull’eredità umana. Parla di ciò che resta quando tutto sembra perdersi: la dignità del lavoro, la poesia della manualità, l’urgenza di lasciare un segno. È un racconto che profuma di legno, terra e fuoco, ma anche di speranza. Guardandolo si comprende che se scompaiono i mastri, non scompaiono solo mestieri: scompaiono mondi.
