C’è un dato che dovrebbe far vergognare chi continua a ripetere che la Russia sarebbe “sotto assedio”: nonostante i droni ucraini abbiano colpito diciassette raffinerie in pochi mesi, Mosca perde solo il 3% della sua capacità di raffinazione. Tre per cento.
Nello stesso periodo l’Ucraina ha perso interi quartieri, centrali elettriche, scuole, ospedali, case e soprattutto vite. Il confronto è impietoso: da una parte un gigante energetico che protegge i suoi ricavi, dall’altra un Paese che ogni giorno conta i morti e tenta di rimanere in piedi.
I droni di Kiev non sono un capriccio militare, ma una risposta necessaria a un’aggressione che dura dal 2014 e che nel 2022 è esplosa con l’invasione su vasta scala. Se oggi le raffinerie russe bruciano, è perché Mosca ha scelto di scatenare una guerra totale contro un vicino sovrano. Una guerra che ha bombardato città, lasciato milioni di persone senza elettricità d’inverno e spezzato famiglie intere.
Ora il Cremlino si lamenta dei danni alla sua infrastruttura energetica. Ma chi scatena una guerra non può fingere sorpresa quando riceve un contrattacco. Le regole del gioco le ha imposte Putin.
Mentre gli ingegneri russi riattivano unità inutilizzate e cercano pezzi di ricambio nonostante le sanzioni, gli ucraini scavano tra le macerie per cercare sopravvissuti. La Russia misura le perdite in barili al giorno; l’Ucraina misura le perdite in esseri umani.
Per capire quanto sia distorta la narrativa russa basta guardare alla storia recente. Dopo il crollo dell’URSS, la Federazione Russa ha costruito il proprio potere politico ed economico sull’export energetico. Petrolio e gas sono diventati strumenti di pressione internazionale. Oggi questo schema si è ribaltato: non è più Mosca a usare l’energia come arma, ma Kiev che cerca di indebolire la macchina economica che finanzia la guerra.
Mosca non pubblica più dati ufficiali sulla raffinazione. Le informazioni arrivano da fonti interne che preferiscono restare anonime. Dietro l’apparente normalità del sistema energetico c’è un nervosismo crescente: mantenere attive le raffinerie è possibile solo consumando riserve strategiche, capacità inattive e operando riparazioni continue.
E qui sta il punto essenziale: la Russia può permettersi, per ora, di rattoppare. L’Ucraina no. L’Ucraina invece non ha margini, ha solo coraggio, ha solo un esercito che combatte senza tregua, ha solo la determinazione di chi non vuole vivere sotto una dittatura travestita da impero. Mosca può riparare le raffinerie, può riattivare capacità inutilizzata, può ricostruire ciò che i droni distruggono. Quello che non potrà riparare è la sua responsabilità storica, non potrà riattivare le vite che ha spento, non potrà ricostruire la fiducia del mondo libero, non potrà cancellare la verità: questa guerra esiste perché la Russia l’ha voluta.
Ed è questo il cuore del problema: l’Ucraina non sta combattendo solo per i suoi confini, ma per il principio che un Paese non può invadere un altro senza pagarne il prezzo.
La vera domanda non è quanto a lungo la Russia potrà aggiustare le sue raffinerie.
La vera domanda è: quanto a lungo l’Occidente potrà permettersi di osservare, mentre l’Ucraina combatte da sola una battaglia che riguarda tutti noi?
