Negli ultimi giorni ho visto Molteno finire al centro di un dibattito nazionale che, tra semplificazioni e ricostruzioni parziali, ha spesso messo in ombra la voce di chi questo paese lo vive davvero: i cittadini. Tutto è nato dalla decisione dell’amministrazione comunale di intitolare una via a Lucio Battisti, scelta accolta con perplessità dai residenti di via Aldo Moro e criticata dal gruppo civico Molteno Bene Comune.
Per capire meglio le ragioni di queste posizioni e restituire un quadro più fedele di una vicenda che molti media hanno trasformato in un caso ideologico, ho intervistato Giovanni Galimberti, capogruppo di Molteno Bene Comune. Da questo confronto emerge una realtà più complessa: non un rifiuto del ricordo di Battisti, ma la richiesta – semplice e concreta – di una politica che ascolti, coinvolga e rispetti la comunità nelle sue scelte più simboliche.

È davvero così, come riportato da diversi giornali? Per il vostro gruppo l’intitolazione di una via non sarebbe il modo più adeguato per ricordare Lucio Battisti?
«Non abbiamo nulla contro l’idea di ricordare Battisti, anzi. Pensiamo soltanto che una via non sia per forza la soluzione migliore, soprattutto se scelta senza alcun confronto con chi la vive ogni giorno. Il problema non è cosa si vuole fare, ma come lo si decide. Ricordare Battisti si può fare in molti modi, anche più significativi e duraturi di un cartello stradale.»Quali sono, a suo avviso, i principali disagi o preoccupazioni dei residenti di via Aldo Moro?
«La prima preoccupazione è molto semplice: nessuno li ha coinvolti. Una mattina si sono trovati la notizia sui giornali, senza che fosse stato fatto un incontro, una comunicazione, nemmeno una consultazione informale. Poi ci sono aspetti pratici: il cambio di indirizzo riguarda documenti, contratti, fornitori, notifiche, utenze, carte intestate. Il sindaco dice che “sarà tutto gratuito”, ma i residenti avrebbero voluto sentirlo prima, non dopo. E soprattutto avrebbero voluto che una scelta che riguarda la loro quotidianità fosse almeno discussa con loro. Poi il “tutto gratuito” è relativo… perché comunque saranno pratiche che impegnano gli uffici, sostenute da risorse comunali, quindi sono sempre danari pubblici.»In che modo il dibattito mediatico nazionale ha semplificato la reale posizione dei cittadini di Molteno?
«È stato completamente travisato. Si è raccontata una storia politica che non esiste, associando i firmatari a presunte ideologie che non c’entrano niente. Si è detto che i cittadini “non vogliono ricordare Battisti”, quando in realtà hanno semplicemente chiesto trasparenza e partecipazione. Molti media hanno preferito la narrativa più comoda: lo scontro, la polemica, l’insulto. Ma la realtà è molto più pacata e ragionevole.» 

Quali proposte alternative avanzate dal gruppo civico Molteno Bene Comune potrebbero valorizzare Battisti in modo più partecipato e duraturo?
«Partiamo da un dato semplice ma fondamentale: il Sindaco e la Giunta non ci hanno mai chiesto un parere, nonostante rappresentiamo il 42,5% dei votanti. È una scelta precisa: quella di escludere sistematicamente la minoranza da ogni fase decisionale, di evitare il confronto e perfino di limitare gli spazi istituzionali in cui potrebbe avvenire. A Molteno non esistono commissioni consiliari, non esistono consulte, non esistono occasioni strutturate di dialogo. C’è “solo” il Consiglio comunale, convocato il minimo indispensabile.
E spesso nemmeno la più basilare cortesia istituzionale viene rispettata.
Nonostante questo muro, noi continuiamo a proporre idee serie, partiamo dal Parco Comunale, lo stesso dove per anni si è svolto il festival dedicato a Battisti, che portava a Molteno migliaia di persone e grandi artisti della musica italiana. Si può realizzare uno spazio pubblico dedicato, un luogo d’arte, un punto permanente che racconti la sua storia. Questo sì che sarebbe un omaggio vero, condiviso e utile alla comunità.»

Che ruolo ha avuto il festival dedicato a Battisti nella storia culturale del paese? E oggi esiste l’opportunità di rilanciarlo?
«Il festival dedicato a Battisti è stato il vero cuore culturale di Molteno per dieci anni. Non parliamo di un evento qualunque: parliamo di un appuntamento capace di portare nel nostro parco artisti di livello nazionale, spesso legati direttamente alla storia della musica italiana. Per fare qualche nome: Formula 3, Dik Dik, Edoardo Bennato, Eugenio Finardi, Mario Lavezzi, Antonella Ruggiero. E potremmo continuare. Era un festival che dava prestigio al paese, che portava pubblico, cultura, visibilità, con la pregevolissima direzione artistica di Francesco Paracchini.
Molteno, una volta all’anno, diventava un punto di riferimento per gli appassionati di musica leggera italiana.
Poi il cambio di passo. Il primo anno dell’amministrazione con Chiarella vicesindaco e assessore alla cultura, il livello si è improvvisamente abbassato: nel parco di Villa Rosa abbiamo visto arrivare Gianni Drudi con “Fiki Fiki”. Nulla contro Drudi, ma è evidente a chiunque che si è passati da un festival con una caratura artistica importante a una proposta quasi da festa di paese.
Ed è stato l’inizio della fine. Il festival non è morto da solo: è stato abbandonato, lasciato spegnere. E questo i moltenesi non lo hanno dimenticato.
Oggi un’opportunità per rilanciarlo ci sarebbe, eccome. Ma servono una visione culturale vera, investimenti seri e soprattutto la volontà di recuperare un patrimonio che per dieci anni ha raccontato Battisti molto meglio di qualsiasi targa. Se davvero si vuole rendere omaggio al suo nome, si parta da qui: dal recupero di ciò che era, e che potrebbe ancora essere.»

A suo giudizio, cosa può aver determinato il cambio di posizione dell’attuale sindaco, contrario all’intitolazione nel 2011 e favorevole oggi?
«Francamente non lo sappiamo. Nel 2011, l’attuale sindaco – allora vicesindaco – disse chiaramente che l’idea non era condivisibile, che avrebbe creato disagi ai residenti e arrivò persino a domandare “cosa avesse fatto Battisti per Molteno”. Oggi sostiene l’esatto contrario. Certo è che questa incoerenza è evidente ai cittadini, e contribuisce a rendere la scelta poco credibile e poco condivisa.»

Quali strumenti o percorsi partecipativi considerate indispensabili per decisioni simboliche così rilevanti?
«Serve poco: incontri pubblici veri (non annunciati dopo che la decisione è già stata presa), coinvolgimento dei residenti, ascolto delle associazioni, una discussione serena in Consiglio comunale. Sono cose semplici, normali, che si fanno ovunque quando c’è il rispetto della comunità. Se si vuole costruire un omaggio condiviso, si inizia dalla partecipazione, non dalla toponomastica. Basterebbe istituire una commissione consiliare per la cultura e gli eventi, coinvolgendo le associazioni.»

Di Gianni Leone, fondatore

Essere antipatico è una vocazione. Non pretendo di dire la “verità” ma almeno limito le “stronzate” cosa che non riesce alla maggior parte degli “Italioti”.