Ci sono film d’azione anni ’80.
Ci sono film d’azione anni ’90.
E poi c’è Samurai Cop, che vive in una dimensione parallela dove il concetto di “professionalità” è stato gentilmente lasciato fuori dalla porta.
Il protagonista è Joe Marshall, meglio noto come Samurai Cop: un poliziotto americano addestrato in Giappone (forse…? più o meno…? non si capisce) che combatte la mafia giapponese a Los Angeles con un misto letale di:
• katana,
• pistole,
• battute indegne,
• e capelli così fluenti da avere vita propria.
La cosa bella è che Joe non sembra mai sapere cosa stia facendo.
E, per onestà, nemmeno noi.
Accanto a lui c’è Frank, il partner più paziente nella storia del cinema. Quest’uomo passa l’intero film oscillando tra shock, rassegnazione e risate trattenute malissimo.
Io lo capisco. Anch’io avrei riso tutto il tempo.
Gli antagonisti, i membri della gang Katana, sono un concentrato di malvagità, cattive acconciature e scene girate in corridoi vuoti che hanno visto cose. TROPPE cose.
E poi c’è lui: Robert Z’Dar, con quel mento leggendario che da solo vale il prezzo del biglietto e che mette più paura di qualsiasi arma del film.
La regia di Amir Shervan è un’opera d’arte involontaria.
• Inquadrature sbagliate.
• Luci che cambiano come se qualcuno giocasse con l’interruttore.
• Dialoghi che sembrano usciti da un Google Translate del 1991.
• Scene d’azione montate con lo stesso criterio con cui io monto un mobile Ikea: sperando nel miracolo.
E gli inserti di katana? Assolutamente iconici: il protagonista passa da capelli lunghi a corti a lunghi di nuovo, perché hanno filmato scene aggiuntive quando l’attore aveva già tagliato tutto.
Un capolavoro di continuità creativa.
Il risultato è un film che sembra uno sketch prolungato.
Eppure, contro ogni logica dell’universo conosciuto, ti diverti come un matto.
Perché Samurai Cop ha una caratteristica rarissima: è sincero.
Vuole essere un action duro e puro… e fallisce clamorosamente, ma con così tanto cuore che non puoi non amarlo.
È un ShitCult epico, un’esperienza da condividere con amici, popcorn e la giusta dose di incredulità.
Alla fine, quando tutto è esploso, tutti hanno urlato, nessuno ha recitato e Joe ha sfoderato la spada per la ventesima volta senza motivo, ti ritrovi a sorridere.
Perché Samurai Cop non è solo un film.
È un rito di passaggio.
Un’illuminazione trash.
E dopo averlo visto, capisci una cosa fondamentale:
il cinema non ha limiti.
Purtroppo… o per fortuna.
