È un’altra crepa nel muro del silenzio che da anni circonda il caso Epstein. Nelle ultime ore, una serie di email inedite, rese pubbliche dai Democratici della Commissione per la Supervisione della Camera dei Rappresentanti, ha riportato il nome di Donald Trump al centro di una delle vicende più oscure della politica americana.
In uno scambio del 2019, Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per traffico sessuale di minori e morto in circostanze mai del tutto chiarite, scriveva al giornalista Michael Wolff una frase che oggi pesa come una lama:
“Trump ha detto che mi ha chiesto di dimettermi, ma non sono mai stato un membro del club. Ovviamente sapeva delle ragazze, dato che chiese a Ghislaine di fermarsi.”
La “Ghislaine” di cui parla è Ghislaine Maxwell, la sua ex compagna e complice, oggi in carcere per aver reclutato e gestito giovani vittime.
Nella stessa corrispondenza, Epstein si riferiva a Trump come a “un cane che non ha abbaiato”, una metafora che – secondo gli investigatori – indicherebbe il suo silenzio consapevole.
Le email, scovate tra migliaia di documenti dell’eredità Epstein, mostrano un intreccio di potere, silenzio e convenienza politica. Alcuni messaggi tra Epstein e Wolff nel 2015 lasciano persino intendere che i due stessero ragionando su come Trump potesse trarre vantaggio dal “non dire nulla”:
“Se nega di essere stato sull’aereo o a casa tua, allora tu ottieni una moneta di scambio politica,” scriveva Wolff. “Se invece sembra che possa vincere, puoi salvarlo e guadagnare un debito.”
Una trama che sembra uscita da un thriller politico, ma che oggi riemerge nei corridoi del Congresso, mentre la Camera dei Rappresentanti si prepara a votare una mozione per rendere pubblici tutti i file Epstein, inclusi i nomi delle figure di spicco coinvolte.
La Casa Bianca ha reagito immediatamente, accusando i Democratici di “strumentalizzare documenti selezionati per costruire un racconto falso”.
“Trump non ha nulla da nascondere – ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt -. Ha cacciato Epstein dal suo club per comportamenti inappropriati. Queste accuse servono solo a distrarre dagli obiettivi storici del presidente.”
Eppure, dietro il linguaggio dei comunicati ufficiali, resta un senso di inquietudine. Epstein è morto, ma la sua ombra continua a scorrere tra email, ricordi e testimonianze che non smettono di interrogare il potere.
Molti americani, sui social, hanno espresso rabbia e disillusione. “Non so più in chi credere,” ha scritto una donna della Florida. “Ogni volta che si parla di Epstein, sembra che il marcio arrivi più in alto.”
Un deputato democratico, che ha scelto l’anonimato, ha commentato con amarezza:
“Ogni volta che pensiamo di aver capito tutto, esce un’altra verità nascosta. Epstein non è solo una storia di crimini sessuali. È una storia su come il potere compra il silenzio.”
In fondo, forse è proprio questo che spaventa di più. Non solo ciò che Epstein ha fatto, ma chi sapeva e ha scelto di non parlare.

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